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Il cyberbullismo spiegato a tutti (in particolare ai genitori)

12 giugno 2018
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Aggressione, molestia, ricatto, diffamazione, furto d’identità, trattamento illecito di dati personali ai danni di minorenni: tutto realizzato per via telematica. E ancora, la diffusione di contenuti online che prendono di mira il minore con l’obiettivo di isolarlo. Tutto questo, secondo la legge, è il cyberbullismo. Una piaga che, secondo una ricerca effettuata da IPSOS per Save the Children, è reale e tangibile per il 72% degli intervistati. Mentre per il 5% si tratta addirittura di un’esperienza “reale e consueta”. Per questo è importante  accendere i riflettori sul fenomeno e provare ad arginarlo.

L’importanza delle parole

La consapevolezza sul fenomeno è in crescita. Lo dimostra anche la nascita di progetti come Bullyctionary, il primo dizionario online che raccoglie e monitora le parole più utilizzate dai bulli in rete per sensibilizzare i ragazzi sul loro peso. Perché le parole, anche quando sembrano innocue,  possono trasformarsi in vere e proprie armi.

Abbiamo chiesto a Marco Pasquato di Informatici Senza Frontiere, onlus che collabora al progetto Bullyctionary, di entrare nel dettaglio del fenomeno. A partire dalla domanda: che cos’è il cyberbullismo? «Il termine indica un atto di bullismo fatto attraverso la rete, tipicamente caratterizzato dalla natura indiretta dell’attacco e dall’anonimato del molestatore. L’aggressione non è limitata a uno spazio (come la scuola): può colpire continuamente, e protrarsi nel tempo anche fuori dal luogo in cui è avvenuta». Il cyberbullismo «è un’estensione del bullismo tradizionale».

I dati sul bullismo e cyberbullismo

Quanti sono i casi non denunciati di cyberbullismo? «Impossibile dare un numero preciso – sottolinea Marco Pasquato – La vergogna, la paura della vittima e la scarsa consapevolezza della gravità dei comportamenti violenti sono circostanze che nascondono il numero dei casi effettivi».

Le conseguenze possono essere davvero gravi. Secondo la ricerca effettuata da IPSOS per Save the Children, il 65% delle vittime che subiscono degli attacchi perde la voglia di socializzare, mentre il 38% vede compromesso il proprio rendimento scolastico.

I pretesti che scatenano le prese in giro e le umiliazioni sono molteplici. Il 62% ha indicato come motivo della derisione subita un supposto orientamento sessuale, il 43% dei motivi legati alla nazionalità, il 31% la disabilità.

La scuola viene indicata dall’80% degli intervistati il luogo in cui gli atti di bullismo avvengono con maggior frequenza. Al secondo posto, con il 61%, troviamo i social network.

A chi ci si deve rivolgere per denunciare casi di cyberbullismo?

A seconda della gravità dell’“attacco”, e dei mezzi utilizzati, possono essere intraprese diverse azioni contro i cyberbulli. «Sui social network – spiega Marco Pasquato – i gestori mettono a disposizione funzionalità di “denuncia” (falsi profili, furto di identità, contenuti inappropriati, ecc.) che possono essere usate dagli utenti per oscurare post o falsi profili, segnalare comportamenti scorretti o contenuti illegali.». Ci sono poi le associazioni, come Telefono Azzurro, «che permettono di denunciare e, in molti casi, offrono servizi di supporto alle vittime». Chi viene colpito dal cyberbullismo può rivolgersi anche al Garante della privacy e alla polizia (di Stato e postale).

Come combattere il cyberbullismo?

Bullismo e cyberbullismo, per Marco Pasquato, vanno combattuti tramite un insieme di azioni che coinvolgono tutti gli aspetti “sociali”: scuola, famiglia, ambienti sportivi e ricreativi. Non ultimi gli ambienti virtuali. Secondo Pasquato, ci sono comportamenti che aiutano a mitigare l’effetto di aggressioni:

1) evitare di rispondere con rabbia alle molestie, per non dare soddisfazione al cyberbullo;
2)  ignorare del tutto l’atto di bullismo;
3) abbandonare i luoghi in cui si verificano episodi di cyberbullismo (anche se questo può avere implicazioni complesse se significa abbandonare una comunità di amici e contatti);
4)  bloccare o segnalare il cyberbullo, usando la funzione che oggi ogni piattaforma sociale prevede;
5)  richiedere ai gestori della piattaforma web su cui è stato effettuato l’atto di cyberbullismo di rimuovere eventuali contenuti dannosi, come video, fotografie o post;
6)  cambiare indirizzo mail o numero di telefono, se le molestie usano quel canale.

«In molte occasioni – aggiunge Pasquato – più che agire sui cyberbulli e sulle vittime è essenziale agire sugli “spettatori”. L’invito è quello di non osservare in silenzio, ma di intervenire ogni volta che si assiste a un caso, anche potenziale, di cyberbullismo».

GDPR e l’importanza dei genitori

Pasquato si sofferma poi sulla normativa GDPR, in vigore da maggio 2018. Su WhatsApp, app di messaggistica che ha portato il vincolo di età per i suoi utenti ai 16 anni, dice: «In realtà, anche se molti non ne erano consapevoli, un limite già c’era: 13 anni. Possiamo quindi dedurre che, ad oggi, questo vincolo non raggiunge l’obiettivo di limitare l’utilizzo ai soli possessori dei requisiti ma, forse, raggiunge l’obiettivo di deresponsabilizzazione di chi eroga il servizio. Probabilmente la richiesta esplicita di dichiarare l’età, costringendo all’eventuale menzogna, potrà dissuadere pochi utenti ma sicuramente potrà stimolarci ad approfondire le condizioni di utilizzo del prodotto che troppo spesso accettiamo alla cieca».

Il ruolo dei genitori, comunque, resta prioritario e non sostituibile da nessuna normativa.

«Credo però che la nuova normativa GDPR aiuti ad evidenziare un tema molto importante: il ruolo degli adulti, che troppo spesso danno “una Ferrari a chi non ha mai guidato” e non sono in grado di supportare un percorso formativo che aiuti i ragazzi a cogliere le enormi potenzialità della rete mitigandone i rischi».

E continua: «Molte ricerche evidenziano come il cyberbullismo, e analogamente il bullismo, abbia minor incidenza in situazioni dove la rete di relazioni non virtuali è ampia e solida. Dove la facilità delle vittime a relazionarsi con amici/genitori/familiari è più facile. Il controllo sicuramente è parte del gioco, ma senza conoscenza e consapevolezza di ragazzi e adulti non si affronta seriamente il problema. I ragazzi sanno usare le tecnologie, noi dovremmo aiutarli a capire cosa farne».

Come usare i social al meglio?

Per mitigare i rischi e arginare il cyberbullismo è importante conoscere ciò che stiamo usando: non solo dal punto di vista pratico, «è fondamentale capire l’impatto di ciò che stiamo facendo – sottolinea Marco Pasquato». Queste le regole base da seguire sempre:

1)  quando installiamo un’app, configuriamo la privacy come reputiamo opportuno;
2)  postare solo le informazioni necessarie al nostro obiettivo (disabilitare l’accesso al GPS, alla rubrica, ecc.);
3)  limitare, ove possibile, la platea a chi ci interessa (non mettere post pubblici ma limitati agli amici);
4)  prima di consentire a un’app l’accesso alla rubrica o alle foto, essere consapevoli di ciò che si sta facendo e verificare che l’app sia certificata da uno store ufficiale;
5)  non pubblicare informazioni private che potrebbero essere usate a scopi illeciti (informazioni riservate, utenti/password, numeri di telefono, email, foto di persone/minori che non fanno parte della scena, interni di abitazioni e/o oggetti di valore);
6)  usare il buon senso: comportarsi come ci si comporterebbe in una pubblica piazza e ricordarsi che una foto e/o un video in rete non si cancellano (quasi) mai;
7)  segnalare i comportamenti scorretti, illegali o in violazione alle norme di utilizzo del social.

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