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Società

Digital Divide: cos’è e qual è la situazione italiana

di Massimo Mantellini - 3 luglio 2018
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Esistono due maniere per raccontare cosa sia il digital divide, cioè il divario esistente tra chi ha possibilità concreta di accedere a computer e internet e chi invece è escluso, e di spiegare come mai questo sia un limite allo sviluppo per il nostro Paese.

La prima è affidarsi ai numeri e a una statistica complessiva che l’UE produce ogni anno che si chiama DESI (Digital Economy and Society Index). La classifica, per misurare l’efficienza digitale degli stati, utilizza parametri come connettività, capitale umano, uso di servizi internet, integrazione delle tecnologie digitali, servizi pubblici digitali.

Nell’ultima versione, quella riferita al 2017, l’Italia è venticinquesima nella classifica della digitalizzazione dei Paesi dell’Unione. Dietro di noi solo Grecia, Bulgaria e Romania. Chi si occupa di simili temi, non sarà sorpreso: otteniamo risultati simili da oltre un decennio e non ci siamo mai seriamente impegnati per provare a colmare il divario che ci distanza, se non dai paesi scandinavi o dalla Gran Bretagna, almeno dai numeri di Spagna o Francia, paesi mediterranei forse più simili a noi.

La seconda maniera è fare una prova empirica, fermando persone a caso nelle strade delle nostre città. Ci renderemmo così conto che, benché le statistiche dicano che oltre due italiani su tre sono connessi a Internet, la realtà dei fatti è che ad essere stabilmente in rete (persone che utilizzano la rete ogni giorno per informarsi, pagare i conti, dialogare con aziende e PA) sono poco più di un italiano su due. Così, su una strada di Milano o Roma, un italiano su due vi risponderà che è connesso, mentre l’altro, ad una domanda successiva sulle ragioni per cui non utilizza Internet, con ogni probabilità vi risponderà perché “non gli interessa”.

A questo punto abbiamo tutti gli elementi per definire due tipi differenti di divario digitale: esiste un divario infrastrutturale, legato alle possibilità pratiche di accesso alla rete, alla sua disponibilità, alla sua efficienza ed ai suoi costi, ed esiste un divario digitale culturale. Una distanza che sta tutta nella testa delle persone.

Si tratta di due situazioni diverse, che richiedono strategie del tutto differenti: per la prima serviranno investimenti infrastrutturali privati e pubblici, per i quali tra l’altro esistono da tempo fondi europei, un’opportunità che il nostro paese non è riuscito a sfruttare; per la seconda, la più  complicata, occorreranno tempi lunghi, visione politica e robuste iniezioni di cultura digitale a partire dalle scuole.

Purtroppo, ad ogni livello, in molti pensano che la tecnologia abbia la capacità di spiegare sé stessa, che nel momento in cui saranno disponibili accessi veloci per tutti e piattaforme di rete sufficientemente amichevoli, le persone affluiranno in massa negli ambienti digitali. È la famosa retorica dei “nativi digitali”, l’idea secondo la quale un Paese culturalmente allergico all’innovazione possa diventare improvvisamente competente sui temi tecnologici solo grazie alla tecnologia.

Non è così purtroppo: il futuro digitale dell’Italia passa attraverso uno scatto culturale che nessun investimento tecnologico potrà determinare. Servono tempo e visione.

Massimo Mantellini

Massimo Mantellini

Massimo Mantellini da oltre un decennio scrive di internet e di tecnologia sul web e sulla carta stampata, trattando in particolare i temi del diritto all'accesso, della tutela della privacy e della politica delle reti. Editorialista di Punto Informatico fin dalla sua nascita, nel 1996, collabora con L'Espresso. Dal 2001 cura un blog personale, Manteblog. Dal 2010 aggiorna anche un blog tecnologico per ilpost.it, testata web diretta da Luca Sofri. Per Telecom Italia cura Eraclito, luogo di incontro sul web fra i temi aziendali e la rete Internet italiana. Ha mantenuto per anni rubriche di commento su mensili come Internet Magazine e Internet News ed ha scritto per molto tempo per Nòva 24, inserto tecnologico de Il Sole 24 Ore.

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