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Società

Diversità in azienda: che cos’è e perché crea valore

di Giulia Blasi - 15 giugno 2018
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Almeno una volta nella vita tutti abbiamo parlato o sentito parlare di “quote rosa”. Questo concetto, che non a tutti è gradito, è basato su un altro, su cui è difficile trovarsi in disaccordo: ovvero che le aziende traggano giovamento da una composizione di genere (e sul lungo periodo, etnica) più rappresentativa della composizione sociale. Tradotto in termini pratici: se in Italia ci sono più donne che uomini (qui i dati Istat), come mai ai vertici delle aziende, della politica, dei media ci sono quasi solo uomini? Non ci staremo perdendo qualcosa?

Prima di entrare nel merito, però, parliamo di numeri. In Italia la diversità è già (almeno in parte) legge: il provvedimento Golfo-Mosca del 2011 introduce un obbligo di rappresentatività di genere nei consigli d’amministrazione delle società quotate o controllate dallo Stato. Per farla breve: questo ha fatto sì che dal 2011 a oggi la presenza delle donne sia notevolmente aumentata; e da quello che si è potuto osservare finora, il rendimento delle società è rimasto costante, ma la qualità media dei nuovi membri dei Cda si è alzata, e l’età si è abbassata.

Insomma, abbiamo già la prova provata che se non altro introdurre più donne nei Cda non fa danni alle aziende, anzi (come suggerisce uno studio condotto dalla rivista Forbes) produce effetti benefici sul medio e lungo periodo: più innovazione, più capacità di attirare talenti che possono fare la differenza, e in ultima analisi maggiori profitti. Lo rileva Gallup, in uno studio sui settori dell’ospitalità e della vendita al dettaglio: solo per fare un esempio, le realtà imprenditoriali del settore ospitalità con la maggiore diversità di genere registrano un incremento del guadagno nella media del trimestre pari al 19% in più rispetto a quelle meno varie. Eppure è ancora difficile far capire la necessità di questa operazione: se tutti i candidati vengono giudicati sulla base del merito, cosa c’entra se sono uomini o donne?

Il problema alla base di questa logica è il pregiudizio di genere, così diffuso nella nostra società da essere invisibili.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Science, la percezione degli uomini come più intelligenti inizia già nell’infanzia. Insomma: siamo abituati fino da piccoli a pensare, in maniera inconscia, che gli uomini siano più capaci delle donne. Un pregiudizio che condiziona sia i candidati nella presentazione di sé (gli uomini sono più fiduciosi, le donne più insicure) che i selezionatori (che a pari qualifiche tendono a preferire i maschi). Aggiungiamoci che il mondo del lavoro, soprattutto nei settori a più alta qualifica, si muove sul filo delle conoscenze personali: ed ecco che gli uomini chiamano altri uomini (un dato empirico, sul quale esistono molteplici studi, ma che è ben sintetizzato da un’indagine dell’Osservatorio Europeo del Giornalismo che prende in esame la composizione di genere delle redazioni e i ruoli assegnati a uomini e donne), e gli uffici diventano mono-genere.

Chi sostiene che insistere sull’azione positiva per aumentare la diversità di genere in ufficio è una forzatura che umilia le donne promuovendole solo per il fatto di essere donne non si rende conto di un fatto: al momento sono gli uomini a fare carriera solo in quanto uomini.

Dovrebbe essere intuitivo: in un paese in cui le laureate sono circa il 60% del totale, completano gli studi in corso con incidenza maggiore rispetto ai maschi e hanno medie più alte (circa 103 contro i 101 dei loro compagni: sono tutti dati Almalaurea risalenti al 2016), un’azienda con poche donne è un’azienda che ha consciamente o inconsciamente scartato alcune fra le intelligenze migliori del paese. Per questo è essenziale fare uno sforzo per correggere questa mentalità, e guardare oltre l’orizzonte dei pregiudizi e delle conoscenze immediate per scoprire nuovi talenti, immettere energie fresche e cambiare, almeno un po’, la prospettiva.

Giulia Blasi

Giulia Blasi

Nata nel 1972, scrive per Marie Claire e The Book Girls, il blog dedicato alla narrativa Young Adult che ha aperto con una piccola redazione. Precedentemente Stereogram, Vogue.it, Style.it, Me parlare donna un giorno, Donna Moderna e Sorelle d’Italia. Ha pubblicato Deadsexy, i racconti “Sottotitoli per non vedenti” e“Ultima notte in via Zanetti” (La notte dei blogger) per Einaudi Stile Libero. Uno dei sei autori di La mamma di Psycho è lui con la parrucca. Ha scritto inoltre per Grazia, Il Mucchio, Girlfriend, Mia e LosingToday. Nel settembre 2009 è stata in libreria con Nudo d’uomo con calzino. Il romanzo Il mondo prima che arrivassi tu è uscito il 21 settembre 2010 per Mondadori Shout; successivamente ha pubblicato Siamo ancora tutti vivi (Mondadori Chrysalide, 15 gennaio 2013). Nel corso del 2013 ha lavorato per Weber Shandwick nella practice digital PR. Si occupa di social media da freelance per clienti vari, fra cui Missoni. Dal 22 settembre 2011 conduce Hashtag Radio Uno, un programma quotidiano dedicato alla satira su Twitter che va in onda su Rai Radio 1.

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