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I giovani avranno la pensione?

di Alessandro Rosina - 31 gennaio 2018
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Il corso di vita viene diviso tradizionalmente in tre grandi fasi: quella in cui si è troppo giovani per lavorare e si dipende dai genitori; quella in cui si svolge una attività remunerata e si contribuisce a produrre ricchezza per il paese (che consente, tra le altre cose, di finanziare il welfare pubblico); quella in cui si è troppo vecchi per lavorare e il costo della vita è coperto da una pensione (generalmente pubblica).

Se le persone in età attiva sono tante e le ritirate sono poche, basta prendere poco ai tanti che producono, per dar tanto ai pochi in pensione. Questa era la condizione dell’Italia nei primi decenni del secondo dopoguerra, periodo nel quale il sistema di welfare pubblico si è consolidato ed esteso. Baby boom e boom economico hanno posto condizioni favorevoli per rendere generoso, sia come età che come assegno erogato, il trattamento previdenziale. Molti degli attuali anziani sono entrati così in pensione molto prima dei 60 anni e ricevendo un assegno maggiore rispetto ai contributi complessivamente versati nel corso della vita lavorativa. Questo sistema è diventato progressivamente insostenibile per le trasformazioni demografiche che hanno portato ad un aumento della durata della vita e a un calo delle nascite. Se la popolazione in età attiva si riduce e cresce quella in età anziana, ci si trova a togliere tanto a pochi (chi lavora) per dare poco a tanti (a chi è ritirato). Questo ha portato ad abbandonare il sistema retributivo (pensione calcolata in rapporto allo stipendio degli ultimi anni lavorativi), per passare a quello contributivo (assegno direttamente legato a quanto versato nel corso della propria vita).

Le riforme pensionistiche andavano fatte. Dagli anni Novanta in poi, però, si è scelto di non toccare le pensioni già erogate. I criteri meno favorevoli sono stati applicati su chi doveva ancora entrare nel mercato del lavoro toccando solo marginalmente i “diritti acquisiti” delle generazioni più mature, che avevano goduto di un regime pensionistico più favorevole. I tassi di occupazione degli under 35 sono oggi più bassi sia rispetto alle generazioni precedenti sia rispetto alla media dei coetanei europei. Inoltre anche il primo stipendio dei neoassunti si è ridotto, come indicano le analisi di Bankitalia, con un aumento del divario rispetto ai lavoratori più anziani. I dati Istat evidenziano, inoltre, come negli ultimi anni la povertà delle famiglie con persone sotto i 35 sia aumentata molto più rispetto a quelle formate da over 65.

In sostanza i giovani italiani, più che in passato, hanno necessità di aggiungere a quella pubblica anche una pensione integrativa e sono la generazione del dopoguerra che sperimenta maggiori incertezze occupazionali e reddito basso e discontinuo, tanto da rinviare continuamente autonomia, formazione di una propria famiglia, oltre che le loro decisioni in ambito previdenziale.
Rimane però il fatto che si vive più a lungo e che il tempo è dalla parte dei giovani. Da un lato è quindi necessario fornire strumenti adeguati per rendere la longevità un vantaggio vero per le nuove generazioni. Dall’altro è importante che i giovani imparino a gestire le proprie risorse finanziarie in un’ottica di lungo periodo, proprio perché, a differenza dei loro genitori, la prospettiva della pensione pubblica è più lontana e fragile. In questo senso, resta fondamentale la capacità del nostro Paese di produrre ricchezza facendo leva sul capitale umano delle nuove generazioni, oltre che sul miglioramento delle opportunità in tutte le fasi della vita.

 

Alessandro Rosina

Alessandro Rosina

Professore ordinario di Demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano, dove dirige inoltre il "Center for Applied Statistics in Business and Economics" (Laboratorio di statistica applicata alle decisioni economico aziendali). Scrive o ha scritto per Avvenire, Lavoce.info, La Repubblica

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