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Coding: cos’è e perché insegna ai bambini ad affrontare i problemi

13 Giugno 2019
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Da qualche anno si sente parlare sempre più di frequente di coding – ovvero la programmazione informatica – e dell’importanza di far avvicinare anche i bambini della scuola primaria a questa disciplina. Ma cosa possono imparare i più piccoli da questa materia, nel concreto?
Ne abbiamo parlato con Giulio Bonanome, docente del corso di Pensiero Computazionale all’Università di Bologna, educatore e coordinatore per H-Farm Education. Che ci ha spiegato perché lo scopo di insegnare il coding non è formare i programmatori di domani, ma allenare i bambini a sviluppare la creatività, la capacità di risolvere i problemi e molto altro ancora.

Partiamo dall’inizio: che cos’è il coding?

Con “coding” si intende, in maniera informale, la programmazione informatica. Letteralmente starebbe per “scrivere codice” ma nessun programmatore lo usa per definire cosa fa quotidianamente, preferendo parlare di “programmazione” (programming) o “sviluppo” (developing).
Negli anni recenti, tuttavia, ha preso piede grazie ad una serie di iniziative volte ad avvicinare all’informatica più persone possibile. Così, mentre in Europa nasceva la Europe Code Week, la settimana europea dedicata alla programmazione, in America lo stesso presidente Obama invitava i cittadini a dedicare un’ora della prima settimana di dicembre all’apprendimento dell’informatica durante la Hour of Code.

Alla base di queste iniziative ci sono due diverse prospettive: da un lato una riflessione sul futuro, ovvero la sempre maggiore richiesta di persone in grado di programmare un computer dal mercato del lavoro, dall’altro l’idea che imparare a programmare sviluppi il cosiddetto pensiero computazionale, ovvero un serie di capacità di problem-solving che farebbero bene a tutti i cittadini.

Che cos’è il pensiero computazionale?

L’idea di base è che si tratti dei processi mentali con cui si risolvono dei problemi usando il computer. Una possibile definizione è: “l’insieme dei processi mentali usati per modellare una situazione e specificare i modi mediante i quali un agente elaboratore di informazioni può operare in modo effettivo all’interno della situazione stessa per raggiungere uno o più obiettivi forniti dall’esterno” (Nardelli).
In realtà purtroppo non esiste una definizione univoca del termine, che è stato reso popolare nel 2006 da un articolo di Jeannette Wing in cui sosteneva l’importanza di insegnare ad ogni studente a pensare “come un informatico”. Al di là del dibattito accademico sulla definizione, personalmente ritengo importante la ricerca condotta da Resnick e Brennan, i quali affermano che lo sviluppo del pensiero computazionale coinvolge 3 dimensioni:

– 1: conoscere alcuni concetti computazionali, come sequenza, cicli, eventi, condizioni, parallelismo, operatori e dati

– 2: essere in grado di utilizzare questi concetti attraverso delle pratiche, come sperimentare e iterare, testare e debuggare, riutilizzare e remixare, astrarre e modularizzare

– 3: sviluppare nuove prospettive su sé stessi, gli altri e il mondo, percependosi come creatori in grado di esprimere le proprie idee e di collaborare con gli altri per sviluppare domande e trovare risposte al funzionamento del mondo.

Perché è utile imparare fin da piccoli a programmare?

Di certo non per garantire un futuro lavoro ai nostri figli. Così come non imparano a scrivere per diventare degli scrittori. O la matematica per diventare dei matematici.

Come dice Mitch Resnick, imparare a programmare apre nuove opportunità per imparare altre cose. Esattamente come imparando l’italiano siamo in grado di leggere e scrivere, imparando a programmare possiamo costruire programmi per esprimere le nostre idee o le cose che abbiamo scoperto sul mondo.

Una delle grandi idee di Seymour Papert era proprio l’importanza fondamentale di “imparare a imparare”. Papert, che portò l’informatica nelle scuole primarie già alla fine degli anni ‘60 creando il linguaggio di programmazione LOGO, sosteneva che nessuno può insegnarci tutto quello che c’è da sapere nella vita, ognuno di noi deve diventare il timoniere del proprio apprendimento.

Cosa può insegnare questa disciplina ai bambini?

Il valore dell’apprendimento della programmazione non sta solamente nei concetti informatici ma a mio avviso risiede proprio nell’insieme di buone pratiche connesse all’esperienza.

Un programmatore, ad esempio, sa che una soluzione è difficilmente perfetta al primo colpo. Più frequentemente dovrà testare il suo codice, trovare gli errori, riscriverne parti. Facendolo impara che sbagliare non è la fine del mondo, anzi, permette di migliorare il proprio lavoro. Allo stesso tempo un programmatore non lavora mai da solo, si relaziona costantemente con altre professionalità e, soprattutto, si basa sul lavoro degli altri per implementare nuove soluzioni.

In questo senso, diventa fondamentale ragionare su “come” viene proposta l’informatica e la programmazione ai bambini. Perché il suo vero valore risiede nello scardinare alcune dinamiche che invece proprio nella scuola si sono radicate. E più che il pensiero computazionale permette di sviluppare i bambini come pensatori creativi.

Facciamo qualche esempio pratico di come il coding viene insegnato ai più piccoli.

La modalità più interessante per proporre il coding consiste nel cercare di realizzare esperienze di apprendimento creativo (creative learning) utilizzando apposite risorse, tramite ad esempio piattaforme specifiche.

L’apprendimento creativo si basa su quattro elementi chiave (4 P): projects, passion, peers, play. Invece di risolvere quiz o sfide predefinite, i bambini vengono invitati a esplorare liberamente le possibilità offerte dall’ambiente di programmazione per immaginare un loro progetto da realizzare. Qualcosa che stia loro a cuore e li appassioni, che stimoli i loro interessi e la loro curiosità.

Nel farlo si possono confrontare con i loro vicini, anzi vengono invitati a farlo mostrando cosa hanno fatto, per poter essere ispirati dai progetti degli altri o addirittura per usarli all’interno dei loro progetti.

Il tutto in un ambiente giocoso, che non va confuso con qualcosa di semplice o banale. Giocare costa impegno e fatica, significa “imparare facendo”. Perché quando stiamo giocando non abbiamo paura di fare cose nuove e sperimentare e sviluppiamo un prezioso coraggio intellettuale nell’affrontare sfide ignote.

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