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Driverless Car: a che punto è la ricerca sulle auto che si guidano da sole

di Simone Cosimi - 3 ottobre 2018
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Il dibattito è esploso da poco, ma l’auto che si guida da sola è vecchia come la letteratura di fantascienza. E anche nella realtà, pochi sanno per esempio che già nel lontanissimo 1939 all’Expo di New York vennero mostrati alcuni veicoli radio controllati e alimentati da un campo elettromagnetico: a tutti gli effetti, degli antenati delle moderne driverless car.

Oggi molti dei mezzi su cui circoliamo integrano già fra le loro soluzioni di guida aspetti tipicamente “driverless”: basti pensare all’Autopilot di Tesla, la casa statunitense dei veicoli elettrici, o più semplicemente alle frenate assistite. Per capirne di più occorre però partire dai livelli di autonomia.

La scala Sae

Per muoversi da sole le self driving car sfruttano telecamere a spettro visivo, dispositivi laser-ranging (misurano la posizione dell’oggetto aggiornando continuamente la distanza che lo separa dalla luna), sensori a ultrasuoni e radar oltre a sistemi satellitari come il Gps e intelligenza artificiale. Ma queste automobili non sono tutte uguali, e hanno diversi livelli di automazione. Per questo l’ente americano Sae ha stilato la scala di riferimento che permette di classificare queste tecnologie in maniera precisa: se a zero corrisponde una macchina normale, i livelli da 1 a 5 indicano differenti gradi di autonomia. Il primo è quello in cui l’auto prende alcune iniziative come accelerazioni laterali (sterzando) o longitudinali (frenando e accelerando), l’ultimo è quello di completa autonomia. Dove, cioè, non serve il guidatore. Uno dei modelli più avanzati è l’Audi A8 che tocca il terzo scalino. A farci sognare è però l’ultimo scenario sul quale stanno lavorando i colossi della tecnologia come Google con la sua Waymo, la stessa Tesla, Apple e Uber grazie a numerosi accordi con i costruttori, da Fca a Toyota.

La sicurezza

Lo scorso marzo a Tempe, in Arizona, una donna è morta travolta da una XC90 senza pilota di Uber impegnata in uno dei numerosi test che popolano le strade californiane e non solo. Le indagini hanno stabilito che le responsabilità sono state diverse: il veicolo non ha fatto in tempo a frenare, l’operatore all’interno non è riuscito a prendere i comandi e la vittima è davvero sbucata dal nulla all’improvviso.

Tuttavia, nel complesso, è sufficiente pensare che secondo l’Ente statunitense autostradale il 94% degli incidenti stradali è imputabile a un errore umano. Numeri che andrebbero ovviamente rivisti in uno scenario di transizione, quando cioè per strada ci fossero sia veicoli con che senza pilota, e che lasciano aperto il tema etico della guida senza pilota. L’esempio tipico è il seguente: chi dovrebbe salvare la driverless car in caso di incidente, il conducente, i pedoni o altri passeggeri?

Ma il punto di partenza, quel 94%, è drammatico. Ed è qui che le driverless car potrebbero fare la differenza in tema di sicurezza: se riuscissero ad abbattere questa percentuale di qualche decina di punti nel giro di 12 anni – la data della svolta è il 2030 – i tassi di mortalità a bordo dei veicoli potrebbero crollare grazie al controllo dei cervelloni di bordo. Sistemi che non solo non si distraggono mai ma restano costantemente aggiornati e imparano giorno dopo giorno. Anzi, chilometro dopo chilometro.

Simone Cosimi

Simone Cosimi

Simone Cosimi, giornalista professionista, collabora con Repubblica, D, Wired, VanityFair.it e altre testate nazionali. Segue diversi ambiti fra cui tecnologia, innovazione, cultura, politica, esteri e territori di confine, spingendo verso un approccio multidisciplinare. Già redattore del mensile culturale Inside Art, per cui ha curato cataloghi d’arte e pubblicazioni come il trimestrale Sofà, ha lavorato in passato, fra gli altri, per Rockstar, DNews, Excite, Style.it e Corriere di Rieti.

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