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Cos’è l’impact imperative? Le tre caratteristiche che permettono alle imprese di avere un impatto sociale

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Cos’è l’impact imperative? Le tre caratteristiche che permettono alle imprese di avere un impatto sociale

di Mario Calderini - 4 Febbraio 2020
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È ormai evidente che il cuore del dibattito internazionale sia occupato dalla necessità di una trasformazione del capitalismo, delle imprese e dei modelli finanziari verso il paradigma con un ruolo sempre più centrale della cosiddetta impact economy. Molti sono i segni evidenti di questa trasformazione: il documento delle grandi imprese statunitensi aderenti al Business Roundtable – l’associazione che riunisce 200 tra i maggiori CEO americani; le numerose dichiarazioni dei CEO di grandi fondi di investimento, tra cui Larry Fink di BalckRock e il significativo documento in preparazione al World Economic Forum – “Davos Manifesto 2020: the universal purpose of a company in the fourth industrial revolution”.

Tutti segnali che puntano verso un unico messaggio: l’imperativo dell’impatto.

Aderire ai tre principi intenzionalità, misurabilità e addizionalità significa approcciarsi proattivamente al mercato ricercando soluzioni trasformative in grado di generare congiuntamente valore sociale, ambientale e economico. È una svolta inevitabile e che trova la sua spinta in molteplici fattori: l’accelerazione delle grandi sfide sociali e ambientali, l’arretramento del welfare pubblico, il ruolo della tecnologia, il cambiamento strutturale nei valori dei millennials e della generazione Z. Il compito delle imprese e della finanza è quindi saper interpretare questo cambiamento.

Un capitalismo a misura di millennial

I dati parlano chiaro: il 73% 1  dei consumatori si aspetta che le imprese ricoprano un ruolo attivo nelle problematiche sociali, culturali, ambientali e politiche. Il 63% 2  degli imprenditori afferma che il benessere sociale e i risultati d’impresa crescono di pari passo. Il 92% 3 dei risparmiatori desidera incentivare i propri investimenti in chiave sostenibile

Di fronte a tutto ciò, il punto di partenza non può che essere la responsabilità ambientale, che assume un’importanza primaria di fronte ai pericoli della crisi climatica. Ma non possiamo dimenticarci delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale, per le quali rischiamo di pagare un prezzo altrettanto elevato. Molti studiosi, come Rodriguez-Pose e Ròses, hanno dimostrato che gli attuali paradigmi industriali intensivi di conoscenza hanno fortemente contribuito ad aumentare le diseguaglianze, creando grandi densità di ricchezza ed opportunità in pochissimi luoghi. L’opzione che abbiamo a disposizione per contrastare questa crescente diseguaglianza sociale e territoriale, senza rinunciare alla crescita, consiste nel ruolo cruciale che può essere giocato dalla nuova imprenditorialità sociale, spesso sono gli unici giacimenti di coesione e progettualità rimasti nelle aree interne, rurali o svantaggiate. 

D’altra parte, quali veri profitti si possono ottenere in un mondo piegato dal cambiamento climatico e dall’impoverimento della popolazione?

Il rapporto “Jobs of Tomorrow: Mapping Opportunity in the New Economy” riporta che il 37% delle opportunità legate a nuovi lavori nel biennio 2020-22 (6.1 milioni) sarà concentrato nella cosiddetta Care Economy, l’economia della cura. Questo dato mostra l’opportunità e la necessità di elevare la generazione sociale allo stesso rango della creazione di valore economico, endogeneizzando l’impatto sociale nelle valutazionI di rischio e rendimento.

La triade dell’impatto sociale

Tuttavia, se le imprese e la finanza vogliono generare risposte credibili alle grandi sfide sociali, così come ai piccoli problemi delle comunità, devono sapersi svincolare dalle tradizionali logiche della ricerca dei rendimenti ed essere disponibili a porre la soluzione ai problemi sociali prima di ogni altro obiettivo, pur garantendo la restituzione del capitale e la ricerca della redditività. L’approccio deve essere quindi guidato da quegli elementi qualificanti che compongono la cosiddetta triade di impatto. La prima è l’intenzionalità: l’impatto sociale deve quindi essere voluto e l’investimento avere l’obiettivo esplicito di ottenere un risultato positivo per la comunità. È una dichiarazione d’intenti, che guida la ricerca proattiva di attività che perseguano la creazione di valore sociale. L’impatto sociale che si vuole conquistare non deve però essere soltanto dichiarato, ma anche misurato. La misurabilità è quindi la seconda componente della triade: la capacità di verificare se i risultati attesi sono stati efficacemente raggiunti, ma soprattutto di utilizzare questi risultati come strumento di pianificazione e gestione dell’impatto e non soltanto come esercizio rendicontativo. Infine, la terza caratteristica è l’addizionalità: gli investimenti a impatto sociale devono mettere al primo posto la ricerca di una soluzione a impatto positivo per la società e a fronte di un alto impatto sociale essere disposti a rinunciare a parte dei rendimenti, dato un certo livello di rischio. 

Per conquistare un impatto sociale positivo bisogna quindi accettare dei rischi, nella consapevolezza che tutto ciò si traduce in valore d’impresa di medio-lungo periodo, oltre che nella generazione di valore condiviso per la comunità. L’antecedenza delle soluzioni e la priorità dell’impatto rispetto al profitto può garantire che la finanza generi valore per la società, invece di estrarlo.

[1] Accenture ⇑ [2] Welfare Index Pmi⇑ [3] Doxa

 

Mario Calderini

Mario Calderini

Mario Calderini, PhD in Economia presso l'Università di Manchester, è Professore ordinario presso il Politecnico di Milano, dove insegna Strategia d’Impresa e Social Innovation. È stato più volte Senior Advisor del Ministro della Ricerca e dell'Innovazione e Sherpa del Governo per il G7. È consulente della Commissione Europea ed è stato membro della Task Force del G8 per la finanza ad impatto sociale. È stato Presidente di Finpiemonte SpA, l'Agenzia di Sviluppo Regionale della Regione Piemonte. È autore di numerose pubblicazioni su prestigiose riviste internazionali nel campo dell'innovazione e della finanza a impatto sociale. È attualmente Presidente del Comitato di Esperti per la Ricerca e l’Innovazione di Regione Lombardia. Siede nell’Advisory Board di Unicredit Italia, è Presidente di Socialfare e vicepresidente di Nesta Italia.

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