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Cohousing: cos’è e perché se ne parla anche in Italia

di Stefano Mirti - 16 ottobre 2018
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L’idea di “casa del futuro” ha sempre affascinato tutti. Nei vecchi film di fantascienza ci appare un mondo di case volanti, trionfi della domotica, robot e software. Arrivati a vivere in questo futuro (il nostro presente è in effetti il futuro dei nostri genitori e nonni) osserviamo che, oltre a molti sviluppi tecnologici che sono andati in questa direzione, un cambiamento non meno importante è avvenuto sul terreno del “valore simbolico”. Una volta, la casa si abitava esclusivamente con la propria famiglia o con i propri amici: oggi non è più necessariamente così. Pensiamo al fenomeno del co-housing, in italiano traducibile in: co-residenza.

Cos’è il co-housing?

È un modo di vivere la casa che nasce nei paesi del nord negli anni ‘60 del secolo scorso e che si diffonde poi negli Stati Uniti, in Germania e nel resto del mondo. In Italia il primo esempio è del 2001, arrivando a una quarantina di esempi (2017), prevalentemente al nord, in costante aumento.

Per capire meglio di cosa si tratta, immaginiamo una casa che abbia una serie di spazi comunitari, interni ed esterni, condivisi con altri. Pensiamo a sale comuni, aree giochi, terrazzi, orti. Immaginiamo poi che ci siano una serie di servizi autogestiti dalla comunità degli abitanti. Servizi come la lavanderia condominiale, il gruppo di acquisto solidale, la banca del tempo dove io faccio questo e tu in cambio fai quest’altro. Infine, immaginiamo che l’intero complesso abitativo sia stato progettato attraverso un processo partecipato. Bene. Tutto questo è il “co-housing”.

Un nuovo modo di concepire la casa

Quali le ragioni dello sviluppo del cohousing? Innanzitutto una significativa riduzione dei costi. Se molti servizi abitativi sono condivisi, come gli spazi delle lavanderie e in alcuni casi anche delle cucine, la conseguenza è anzitutto economica, perché i costi di costruzione sono più bassi. Proprio perché sono edifici tendenzialmente meno cari, garantiscono una qualità alta e servizi di nuova generazione anche alle cosiddette fasce deboli: ad esempio gli anziani, che possono vivere in piccole comunità che condividono spazi comuni e assistenza senza per questo privarsi della privacy, o le famiglie con molti figli, che egualmente possono condividere servizi come il baby sitting e addirittura l’asilo. In genere, in questo tipo di progetti, c’è poi una grande attenzione alle tematiche ambientali, a partire dai materiali usati nella costruzione, dalla previsioni di spazi verdi, basso e dal basso impatto ambientale.

Insomma, un vero e proprio vivere innovativo nel quale si collabora e ci si aiuta a vicenda. Una possibile casa del futuro, qui nel nostro presente (non a caso scelta principalmente dai giovani e molto giovani).

Stefano Mirti

Stefano Mirti

Progettista, fondatore e partner di IdLab. Da anni impegnato sulle nuove frontiere dell’insegnamento: Design 101, Relational Design, e molti altri progetti. Per due anni responsabile dei social media per Expo Milano 2015. Dal settembre 2017, direttore della Scuola Superiore di Arte Applicata del Castello Sforzesco a Milano.

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