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Come nasce una canzone

23 ottobre 2018
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La nascita di un’opera artistica è sempre circondata da un certo mistero. Da un lato è facile cadere nel cliché dell’artista che segue solo la sua ispirazione, dall’altro è facile immaginare che alla base ci siano delle competenze artistiche e tecniche molto forti. Ma cosa succede davvero quando, partendo da zero, si vuole dare vita a una nuova canzone?

Ne abbiamo parlato con Saturnino, compositore e storico collaboratore di Jovanotti. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’evento Bullyctionary. Insieme a Saturnino contro il bullismo dalla A alla Z al Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale, dove è stato protagonista di una performance musicale con l’inseparabile basso e ha dialogato con i presenti sul tema del bullismo. Per questo, oltre ad averci spiegato come approccia la composizione di un nuovo brano, Saturnino ci ha anche detto la sua sul potere educativo che può avere la musica e sull’importanza  per i giovanissimi di curare e coltivare le proprie passioni.

Esiste un processo standard che porta alla nascita di una canzone?

Partiamo da un presupposto, che amo sempre ripetere: scrivere una canzone è facile, scrivere una bella canzone è di una complessità incredibile. Possono esserci alcuni ingredienti standard che portano al componimento di una canzone, ma quello che la rende una hit è un vero mistero. Sicuramente è importante crederci, essere convinti di ciò che si fa.

Poi, ognuno trova la sua personale modalità di lavoro. C’è chi ama scrivere da solo le proprie canzoni. Per quanto mi riguarda, sono abituato a contribuire alle canzoni in gruppo. Per me il lavoro di gruppo è fondamentale, sono un team player. Questo tipo di approccio favorisce lo scambio, ognuno può contribuire lanciando un’idea. Poi queste idee si mettono insieme, e da lì può uscire fuori qualcosa di interessante. Per fortuna sono ormai ventotto anni che questa modalità fa nascere delle cose che hanno un seguito notevole.

Per me, comunque, la nascita di una canzone resta sempre un miracolo.

Come si lavora in gruppo alla nascita di una canzone?

Dietro la scrittura di una canzone c’è tanto lavoro, diversi tentativi e molta dedizione. Una canzone ha un arco di vita che è quello di una farfalla, bisogna concentrare tutto in pochi minuti. La struttura si costruisce partendo da una piccola parte, che può essere il ritornello, una strofa, un primo accordo. Ad esempio, quando Lorenzo (Cherubini, nda) ha scritto “L’ombelico del mondo” aveva in testa una frase specifica: “questo è l’ombelico del mondo e noi stiamo già ballando”. Siamo partiti da lì per sviluppare l’intera canzone.

Nel mio caso quindi, nel momento in cui mi trovo con gli altri, c’è sempre un primo input. In inglese “to play” significa sia suonare che giocare. Ecco, partendo da quell’input noi ci mettiamo a “giocare”, cercando di conservare lo stesso spirito di quando abbiamo iniziato, di non farci aiutare troppo dalla tecnologia e, soprattutto, cercando di beccare il momento. Bisogna avere la lucidità di vedere il quadro completo. Magari tu inizi a suonare una musica. A un certo punto qualcuno ti ferma e ti dice “ecco, continua a fare questo giro”, perché è stato capace di individuato un momento giusto. Quando hai una certa padronanza dello strumento, invece, magari tendi a continuare a suonare.

Si tratta anche una questione di attitudine. Gli inglesi sono bravissimi in questo, pensano al sound, non al virtuosismo fine a se stesso.

Come nasce l’ispirazione per una canzone?

Non ho mai scritto la parte testuale di una canzone, curo l’aspetto puramente musicale. Da questo punto di vista, l’ispirazione nasce prima di tutto dall’essere un ascoltatore di musica. Una canzone non nasce dal nulla, parte sempre dalla rielaborazione di alcuni messaggi. Quindi codifichi tutto quello che hai in testa, lo mescoli e lo ributti fuori. Sono tutti messaggi rimodificati di quello che hai ascoltato da quando sei nato.

La tradizione quindi è fondamentale?

Certo, ma non solo. Anche ascoltare le novità è fondamentale, perché ogni generazione ricodifica il linguaggio in maniera differente. Potrei dire che ci sono tre grandi componenti: tradizione, innovazione e un grande lavoro di squadra.

A chi vuole fare questo mestiere consiglio sempre il documentario The Beatles Anthology sulla storia dei Beatles, che racconta proprio la storia di come sono nate certe canzoni.

Siamo a un evento contro il bullismo dove tu, fra le altre cose, hai sottolineato l’importanza per i giovanissimi di coltivare le proprie passioni. Credi nella funzione educativa che può avere la musica?

La musica, come diceva Bob Marley, colpisce e non fa male. Però colpisce. Quindi bisogna vedere che tipo di linguaggio musicale che ti colpisce. L’importante è scegliere di ascoltare ciò che ci piace, e non ascoltare quello che ci dice qualcun’altro, magari solo per appartenere a un gruppo. Insomma, bisogna scegliere la musica con autonomia di pensiero. Questo vale non solo per la musica.

Nel momento in cui tu inizi ad appassionarti a una cosa, le dedichi del tempo, tralasciando magari lo spazio che dedicheresti a fare cose meno utili e meno belle. Per me è stato così. La musica, ma questo vale per qualsiasi passione, permette di dedicare tempo a qualcosa che ti piace. E ne vale sempre la pena.

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