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Cosa cambia tra indennità e rimborso?

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Cosa cambia tra indennità e rimborso?

di Giuseppe Baselice - 10 Gennaio 2020
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Indennizzi, indennità, rimborsi. Quante volte usiamo queste parole senza distinguerle, facendo riferimento ai tanti casi della vita quotidiana in cui pretendiamo il riconoscimento del diritto a ottenere indietro tutta o parte della somma versata per un servizio che non è stato regolarmente erogato? Ecco, in realtà indennità, indennizzi e rimborsi non sono esattamente la stessa cosa. Lo dice innanzitutto il vocabolario della lingua italiana, nel definire gli indennizzi come un risarcimento del danno, che si chiamano più precisamente indennità se sono in denaro. Il rimborso invece è la completa restituzione di denaro sborsato per conto o nell’interesse altrui, oppure versato per un servizio di cui non si è usufruito.

Come distinguere indennità e rimborso

Un tipico esempio, purtroppo molto diffuso e utile a distinguere le due categorie, è quello dei rimborsi e degli indennizzi per i ritardi dei treni. La compagnia di treni riconosce i rimborsi per cause ad essa imputabili: il biglietto si considera totalmente non utilizzato o parzialmente non utilizzato nelle fattispecie indicate dal sito Internet e prevede la restituzione in toto della cifra spesa. In alcuni casi il rimborso è concesso anche quando non c’è responsabilità diretta del gestore (purché venga richiesto prima dell’orario di partenza del treno): ad esempio quando il viaggiatore rinuncia al viaggio. Se la tipologia di biglietto che ha acquistato lo consente, può richiedere il rimborso del titolo con l’applicazione di una trattenuta del 20%. Persino l’abbonamento annuale regionale può essere rimborsato prima dell’inizio della sua validità, con una trattenuta del 5%.

Le indennità riguardano invece i casi in cui non viene rimborsato tutto il costo del biglietto, ma viene appunto riconosciuto un risarcimento – grande o piccolo che sia – per un disagio o un disservizio subito, come ad esempio il ritardo più o meno consistente di un treno.

Cosa succede se vado “in trasferta”

Un altro caso di scuola, in cui le due tipologie si intrecciano, è quello relativo alle trasferte dei dipendenti. Quando un dipendente lavora temporaneamente in una località diversa da quella usuale, in teoria (a seconda della tipologia del contratto) ha diritto sia all’indennità di trasferta che al rimborso di vitto, alloggio e delle spese di viaggio. Se però il lavoratore si muove con mezzi propri, si applica la disciplina del cosiddetto rimborso chilometrico, che viene calcolato forfettariamente sulla base delle tabelle realizzate ogni anno dall’ACI e dunque si configura come una tipologia di indennità di trasferta. 

L’indennità di trasferta vera e propria è invece detta diaria o giornaliera. La cifra giornaliera corrisposta come indennità è esente da imposizione fiscale e contributiva, con limiti diversi a seconda che il periodo di lavoro si svolga in Italia (fino a 46,48 euro) o all’estero (fino a 77,47 euro). Essa non esclude il rimborso totale delle spese effettive (vitto, alloggio, spese varie), tutte a loro volta esenti da tassazione (ad eccezione delle eventuali spese di parcheggio), ma che comportano una riduzione della diaria che può scendere fino a 15,49 euro per le trasferte in Italia e 25,82 euro per le trasferte all’estero. 

Giuseppe Baselice

Giuseppe Baselice

Classe 1980, napoletano di nascita, Redattore di First Online, ha vissuto prima a Parigi e poi tra Roma e Milano, dove risiede attualmente. Dopo aver svolto studi giuridici, ha ben presto intrapreso quella che è da sempre la sua passione: la scrittura e, in particolare, il giornalismo. Ha collaborato per diverse testate (Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport, Affaritaliani.it), e lavorato anche come addetto stampa.

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