Diventare genitori è come fare un master e migliora le competenze chiave
Diventare genitori è come fare un master

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Diventare genitori è come fare un master

14 Febbraio 2019
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Gestire lo stress, migliorare l’organizzazione, capire quali siano le priorità. Queste sono solo alcune delle competenze che si possono acquisire diventando genitori, e che possono essere di grande aiuto anche sul lavoro. Abbiamo intervistato Riccarda Zezza, co-autrice del nuovo metodo di apprendimento MAAM – La Maternità è un Master, CEO della scaleup innovativa Life Based Value e recentemente vincitrice del premio Fortune Italia come  Most Influent Innovative Woman 2018, che ci ha spiegato perché esperienze come la genitorialità possono essere una preziosa fonte di apprendimento.

Quali competenze si possono acquisire, o allenare, diventando genitori?

Le attitudini, i comportamenti, i modi di affrontare certe situazioni sono caratteristiche personali che si sviluppano e maturano grazie alle esperienze, alle relazioni, ai contesti nei quali si vive. La vita è una palestra straordinaria, perché offre continue occasioni di apprendimento: consente di misurarci con noi stessi, esercitarci per migliorare e acquisire nuovi approcci. Di tutte le esperienze della vita, quella della genitorialità è tra le più intense e, per questo motivo, tra le più formative.

È chiaro a tutti che diventare genitori richiede di riorganizzare la propria vita, ridefinire le priorità, stabilire nuove alleanze, imparare a gestire lo stress, per citare solo alcune delle molte competenze coinvolte. Una cosa che pochi sanno, invece, è che quando si diventa genitori “praticanti”, si attivano meccanismi a livello cerebrale, come l’aumento degli ormoni ma anche la trasformazione della materia grigia, che ci predispongono per affrontare adeguatamente la nuova complessità che la nascita di un figlio porta con sé.

In MAAM abbiamo individuato 12 competenze chiave, o soft skill, che si sviluppano con la genitorialità e che si raggruppano in tre aree: quella organizzativa (decision making, delega, gestione del tempo e della complessità), quella relazionale (ascolto, empatia, collaborazione e comunicazione) e quella dell’innovazione (creatività, agilità mentale, gestione del cambiamento, problem solving). Competenze essenziali anche in ambito lavorativo e molto difficili da migliorare “in aula”!

Questo aspetto della genitorialità è ancora poco conosciuto. Secondo lei c’è una tendenza a sottovalutare il lavoro che le madri e i padri fanno ogni giorno per crescere i propri figli?

La narrazione dell’esperienza genitoriale è rimasta indietro rispetto alla realtà. Diventare madre sembra ancora oggi un’esperienza totalizzante, mentre la paternità è troppo spesso sottovalutata, quasi invisibile. Oggi invece è normale che le persone abbiano molti “ruoli” (o dimensioni identitarie) nella propria vita: e questi ruoli tra di loro possono trovare una sinergia. Nessuno dei nostri ruoli deve essere sminuito, né dobbiamo considerarli in conflitto l’uno con l’altro: la scienza ci dice che i ruoli “si accumulano”, rendendoci più forti. Essere genitori è un viaggio meraviglioso, che richiede tante capacità: capacità specialistiche o manageriali che magari al lavoro già abbiamo, e che possono aiutarci anche nella vita privata.

Diventare genitori può essere quindi anche un’occasione per diventare più consapevoli in ambito lavorativo?

Esperienze di cura intensa come quella di un genitore per il proprio figlio sono un allenamento quotidiano di competenze. La genitorialità, tuttavia, non è la sola transizione di vita che genera questo effetto. La ricerca scientifica MAAM sta, infatti, analizzando l’impatto di altre situazioni di “caring”; tra di esse, quelle verso i genitori anziani ci stanno offrendo degli spunti molto interessanti, a validazione delle nostre tesi.

Tuttavia, il passaggio tra il diventare genitori o caregiver (e quindi avere opportunità nuove per rafforzare le proprie competenze) e la maturazione di una nuova consapevolezza verso il proprio potenziale – anche in ambito lavorativo – non è oggi naturale. In MAAM parliamo di “transilienza”, ovvero di quella “super-competenza” (o, meglio, meta-competenza) che consente alle energie, alle capacità, alle risorse di scorrere da un ambito all’altro della vita: ciò che apprendiamo in famiglia può essere utile sul lavoro, e viceversa.

MAAM è un metodo che, attraverso la riflessione e la pratica nella vita quotidiana, consente di acquisire questa consapevolezza. In questo modo, la genitorialità diventa un’opportunità preziosa di rafforzamento delle competenze: le persone mettono insieme con più facilità le loro diverse dimensioni identitarie, e queste energie e competenze aggiuntive sono a disposizione anche delle aziende dove le persone lavorano.

Parliamo del cosiddetto work-life balance, ovvero il saper conciliare vita lavorativa e vita privata. Mantenere un rapporto equilibrato fra questi due aspetti è possibile? Il work-life balance si può “imparare”?

Noi crediamo che il concetto di “balance”, ovvero di equilibrio vita-lavoro, sia destinato ad essere superato. L’equilibrio implica una situazione statica: vita e lavoro si compensano, quasi ad “annullarsi” a vicenda, in un paradigma a somma zero (win-lose). Tra vita e lavoro, può essere attivata invece una “sinergia”, che è win-win. Noi siamo persone, con tanti ruoli, in ogni momento della vita. È naturale, pertanto, che ruoli come madre, padre, figlio, compagno, moglie, coesistano con altri ruoli collegati alla sfera lavorativa, e via dicendo, e questa è un’opportunità, non un problema.

Si ritorna al concetto che abbiamo appena espresso di “transilienza”. Persone e aziende possono sperimentare come, facendo spazio alla ricchezza di dimensioni che la vita può portare nel lavoro, la quantità di risorse a disposizione di tutto il sistema aumenta.

Secondo la sua esperienza, ci sono delle competenze in cui le donne sono generalmente più portate degli uomini? E in quali, invece, sono più portati gli uomini?

Più che la mia esperienza, vorrei citare numerose ricerche che ci dicono che il nostro cervello si è evoluto in accordo con i ruoli che uomini e donne hanno avuto nelle centinaia di migliaia di anni da cui esiste la nostra specie.

Per centinaia di migliaia di anni, la sopravvivenza degli esseri umani è dipesa dalla capacità dell’uomo di cacciare e da quella della donna di prendersi cura dei piccoli e dei deboli. Di conseguenza, c’è un istinto naturale dell’uomo verso “la caccia”, che si traduce in capacità di focus selettivo, amore per la competizione, l’ossitocina con cui il cervello premia i padri quando giocano con i figli… – e un istinto naturale della donna verso la “cura” – che si traduce nell’avversione al conflitto, l’empatia, la capacità di comunicazione, e così via.

Questi istinti, ovviamente, non sono tutto: l’esperienza, il contesto, la formazione, le intenzioni possono fare molto per aggiungere e migliorare le nostre capacità. Ma è giusto sapere che per molto molto tempo una vita estremamente più semplice ha “cablato” i nostri cervelli in un certo modo, così che possiamo riconoscere e valorizzare alcune differenze naturali.

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