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Jackson Pollock: breve guida all’artista

di Emilia Giorgi - 29 novembre 2018
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L’arte moderna deve rappresentare gli ideali dell’epoca in cui viviamo. È questo il pensiero che ha guidato in poco più di un intenso decennio la ricerca e l’opera di uno dei più grandi artisti del XX secolo, Jackson Pollock, esponente di spicco dell’Action Painting (pittura d’azione), all’interno del movimento degli espressionisti astratti americani.

La formazione: arte Navaho, pittura messicana, Picasso e i Surrealisti

Nato nel 1912 a Cody, nel profondo del Wyoming (USA), Pollock si distingue sin dall’adolescenza per un temperamento fortemente creativo e irrequieto al contempo, in costante conflitto con il mondo che lo circonda. Nel 1929 si trasferisce a New York, dove studia l’arte e si abbona alle principali riviste di settore. Tenta inizialmente la via del disegno, ma riesce con difficoltà a restare dentro i confini dell’arte tradizionale. È una furia, in perpetuo movimento, e sin da giovanissimo si avvicina all’alcool che condizionerà tutta la sua breve e intensa vita.

Per costruire il suo linguaggio unico e innovativo, durante gli anni di formazione, guarda ai disegni rituali sulla sabbia dei nativi americani Navaho, si riferisce alla pittura murale messicana di Orozco e Rivera, studia Picasso e il movimento surrealista, con particolare attenzione a Max Ernst. E proprio dagli esperimenti di Ernst, trae la celebre tecnica del dripping (sgocciolamento) che elabora e supera, trasformandola in un atto carico di forza eversiva, rivoluzionario per il mondo dell’arte.

Cos’è il dripping

Grazie al prezioso sostegno della grande collezionista e mecenate Peggy Guggenheim che compra le sue opere e lo presenta nella sua galleria sin dal 1943, Pollock ha l’occasione di sperimentare liberamente, senza preoccuparsi delle regole del mercato. È così che nel 1947 si trasferisce a Long Island, dove in solitudine si concentra su un lavoro totalmente innovativo: toglie il cavalletto e pone la tela direttamente a terra, elimina i colori consueti, a favore dei colori industriali o ad uso domestico, più fluidi e capaci di seguirlo nei movimenti. Nasce così la tecnica del dripping.

Addio alla pittura tradizionale! I colori scivolano sulla tela direttamente dal barattolo o con l’uso di bastoncini e pennelli che non toccano mai l’opera. Ciò che conta non è più solo il risultato finale ma il processo e la spontaneità del gesto. L’artista si muove intorno e sopra la tela come se fosse in trance. Perduta la razionalità Pollock non dipinge, danza. Ciascun movimento è espressione diretta del proprio mondo interiore, la pittura emerge come sovrapposizione tridimensionale di colori in un groviglio di linee squillanti e sgocciolature capillari che evocano il ritmo irregolare della musica jazz, come nell’opera Alchimia del 1947 dove alla matericità del colore, si sommano materiali come sabbia, sassolini e pezzetti di legno o Foresta Incantata, entrambe parte, insieme ad altre, della Collezione Peggy Guggenheim a Venezia.  

L’arte come pura energia

Nel 1950, a William Wright dirà: “Il colore che uso quasi sempre è liquido e molto fluido. Utilizzo i pennelli più come bastoni che come veri pennelli. Il pennello non tocca la superficie della tela, resta al di sopra. Ciò mi permette di essere più libero, di avere maggiore libertà di movimento intorno alla tela, di essere più a mio agio. […] Alcune tele hanno una misura poco pratica, circa cinque metri per due. Ma mi piace lavorare su grandi formati e lo faccio appena posso, che sia pratico o no.”

L’arte di Pollock è pura energia, un’energia che brucia velocemente tutto ciò che lo circonda. Il fuoco che lo pervade e che gli consente di costruire una grammatica artistica completamente nuova, si spegne troppo presto. L’11 agosto del 1956, a soli 44 anni, Jackson perde la vita in un incidente stradale, causato dal suo stato di ebrezza. La morte prematura lo consacra nell’olimpo delle icone dell’arte contemporanea, per sempre. Ancora oggi il valore delle sue opere è tra i più alti al mondo, se pensiamo che nel 2006 il dipinto “N. 5” del 1948, viene venduto all’asta per la cifra record di 140 milioni di dollari.

Chi vuole conoscere meglio questo artista, ha tempo fino al 24 febbraio per recarsi al Vittoriano di Roma e vedere la mostra “Pollock e la Scuola di New York”.

Emilia Giorgi

Emilia Giorgi

Emilia Giorgi è storica dell’arte e curatrice di mostre di architettura contemporanea con un interesse particolare per la contaminazione tra diversi ambiti disciplinari. Ha lavorato a lungo con il Ministero per i beni culturali e per il museo MAXXI. Ha curato mostre e conferenze per istituzioni pubbliche e private come La Triennale di Milano, l’Istituto Centrale per la Grafica, la Fondazione VOLUME!, la galleria Campo e la Fondazione Pastificio Cerere di Roma, il Museo Marino Marini di Firenze, lo IUAV di Venezia. Ha curato la sezione "Cut and Paste" del Padiglione Italiano per la 14. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (2015). Autrice di numerosi saggi e pubblicazioni, è stata responsabile architettura per la rivista Artribune e collabora con le principali testate italiane, come Icon Design – Panorama, Domus, Abitare, La Repubblica, Il Manifesto. È membro del consiglio direttivo dell’INARCH Lazio.

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