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Il lavoro dello scrittore

19 Dicembre 2018
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Paolo Cognetti ha un po’ di fiatone, mentre ci parla di letteratura e del lavoro dello scrittore. Sta camminando per i sentieri delle “sue” valli aostane. Per lui, che con Le Otto Montagne ha vinto il Premio Strega, pensare ai libri, scriverli, vivere la montagna e camminare in salita sono ormai la stessa cosa. È da questa prospettiva che ci racconta il suo mondo e il suo lavoro. Un lavoro fatto di talento, ma anche e soprattutto di metodo, di impegno, di regolarità. Proprio per capire come funziona un mestiere particolare, quello dello scrittore, abbiamo chiesto a Cognetti di aiutarci a capire come si forma questa professionalità e, soprattutto, se esistono schemi in qualche modo replicabili in questo “mestiere”. Dare vita ai personaggi, costruire una trama, darsi una disciplina: sono tutti temi che chi scrive conosce molto bene. La verità è che una formula magica non esiste. Ma i consigli e il punto di vista di chi scrive possono offrire degli spunti utili. Ecco cosa ci ha raccontato Cognetti.

Secondo te, qual è il compito di un narratore?

È sempre di più quello di raccontare realmente il mondo. Lo scrittore è un testimone dell’esperienza umana, che la sua scrittura sia di invenzione o meno non è così importante: resta un testimone dell’umanità, per il presente e per il futuro.

Cosa significa “trovare la propria voce”, per un narratore?

È un lavoro faticoso, la scrittura è sempre molto difficile, richiede tanto lavoro anche che quando sembra spontanea. Per anni è stato un lavoro quasi doloroso, non ero mai contento delle parole che scrivevo. Col passare del tempo invece sento la mia scrittura sempre più facile e fluida. Per scrivere “Sofia si veste sempre di nero” ci ho messo 5 anni, e invece ultimamente è tutto molto più veloce, immediato.

Quali elementi deve contenere una storia? Esistono delle consuetudini, degli schemi replicabili per chi vuole fare narrare una storia?

Gli schemi della narrativa sono vecchi come il mondo e non è che sono cambiati tanto col passare del tempo. Dalla tragedia greca fino a oggi, gli elementi sono sempre gli stessi: un’introduzione della vicenda, un fatto principale e un epilogo in cui si realizza la soluzione della storia. Proprio perché volevo liberarmi di questi schemi, per molto tempo ho scritto racconti brevi che proprio per la brevità sono più liberi da questi “obblighi”. Poi ho sentito il bisogno di tornare al romanzo, anche perché, dopo tre raccolte di racconti, non volevo sedermi troppo, accontentarmi di una formula nella quale mi sentivo troppo a mio agio.

A volte si pensa che chi scrive libri di successo debba tutto al proprio talento, quasi che la scrittura fosse una cosa che viene naturale. È così? Quanto contano, invece, l’impegno, il lavoro, la dedizione? Ci sono esercizi che ti sei dovuto imporre per diventare uno scrittore di successo?

L’unico vero esercizio che mi sono dovuto imporre è la costanza. Mi son sempre appassionato alle interviste degli scrittori, anche per provare a rubare qualche segreto, e da molti ho sentito dire che, per diventare uno scrittore, bisogna scrivere un po’ tutti i giorni. Anche quando non hai voglia, anche quando non hai tempo, anche quando per farlo devi mettere la sveglia due ore prima. È l’abitudine virtuosa dell’atleta. Non bisogna aspettare che la scrittura succeda solo quando si sente l’ispirazione, ma deve essere piuttosto un luogo, un gesto in cui accogliere l’ispirazione. Per me il passaggio più faticoso è sempre la prima stesura, io faccio il possibile perché questa cosa succeda molto in fretta, perchè non mi piace tenermi dentro troppo a lungo una storia. Mi piace molto di più il lavoro di pazienza della seconda stesura, della riscrittura. Lì sento che mi sto prendendo davvero cura della mia storia, dei miei personaggi, del mondo che voglio raccontare.  

Qual è la corretta linea di separazione tra la vita di uno scrittore e quello che decide di mettere nei suoi libri?

Per me non c’è nessuna separazione. Scrivere per me è un’attività quotidiana da quando ho 18 anni e non riesco proprio a separare la mia vita dal mio lavoro. È, semplicemente, tutta vita.

La scrittura è una missione, un lavoro che ha bisogno di una vocazione? Quando hai scoperto che era “il tuo lavoro”?

Verso i 18 anni, un po’ più tardi di quando si crede di sapere, di solito, cosa vogliamo fare “da grandi”. Prima sognavo di fare il falegname e la guida alpina come il mio maestro. Poi ho sognato di fare il matematico, studiando anche matematica all’università, e poi ho deciso di lavorare con le parole. Nell’adolescenza mi sono scoperto un ragazzo timido, obbediente, ordinato, bravo a scuola, eppure sentivo dentro un desiderio di libertà e di trovare la mia personalissima strada. Questo desiderio ho avuto sfogo nella lettura. E poi è arrivato la scoperta dell’amore che sconvolge le vite, soprattutto degli ordinati come me.

Chi erano i tuoi scrittori preferiti?

I primi amori sono stati beat americani: Bukowski, Kerouac, Fante, Carver. Poi sono risalito lungo il corso del tempo, con Hemingway e Salinger, e mentre leggevo loro cercavo la mia voce di scrittore.

Quali sono gli elementi che ricorrono nella tua narrativa?

Nelle mie storie c’è sempre una solitudine iniziale e dedico tempo e parole all’inizio dei miei racconti per descrivere una solitudine. Una solitudine che si interrompe quando qualcuno bussa alla porta del personaggio, e chiede di entrare nella sua vita. Personalmente, resto poco legato all’idea di trama, perché per me scrivere non è costruire un edificio con tutte le regole, ma è più cercare di capire dei personaggi reali, degli esseri umani che incontro nella mia vita.

E questi esseri umani hanno mai bussato alla porta davvero? Si sono mai arrabbiati trovandosi raccontati nei tuoi libri?  

Si riconoscono quasi sempre, ma non si sono mai arrabbiati. Scrivere di qualcuno per me è sempre un atto di amore, che è stato sempre riconosciuto.

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