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Così la pandemia cambierà la nostra idea di casa

di Cino Zucchi - 21 Settembre 2020

La relativa complessità dei sistemi umani – accelerata dai sempre più rapidi progressi della tecnica e all’imprevedibilità di alcuni fenomeni legati alla globalizzazione – sembra aver generato in tutti noi una crescente incertezza e un parallelo desiderio di preveggenza. Ma quelli che chiamiamo “cigni neri” non sono prevedibili sulla base di proiezioni, e quindi non possiamo che assistere alle direzioni o deviazioni che la nostra capacità di adattamento ai traumi – o, per usare una parola alla moda, la nostra “resilienza” – segue per affrontare le nuove necessità.

L’epidemia ha accelerato un processo già in corso

Ogni “catastrofe” spesso accelera fenomeni già presenti, rivelando di colpo la potenziale fragilità della loro struttura; e il distanziamento sociale conseguente alla pandemia non è stato da meno. La rivoluzione informatica aveva già modificato in maniera profonda il modo di abitare lo spazio domestico da parte dei cosiddetti millenial, e ha oggi trasferito di forza alcune delle sue caratteristiche sulle generazioni più vecchie costrette dalla situazione a un improvviso addestramento informatico. 

La perdita di confine preciso tra la dimensione privata e quella pubblica è così la conseguenza più evidente dell’uso continuato dei social media; esso ha per tutti noi toccato punte estreme in sostituzione dell’interazione umana diretta, e ha per alcuni rappresentato un vero strumento di sopravvivenza attraverso la fusione sempre più forte tra spazio virtuale e spazio fisicoGià alcune “utopie progettuali” degli anni ‘70 avevano immaginato una casa nomade in connessione informatica col mondo, e la scomparsa delle abitazioni come oggi le concepiamo. Basta peraltro un’istantanea scattata a uno dei miei quattro figli addormentato la mattina sul divano – anche ben prima della prigionia forzata dal Coronavirus – per far crollare l’intera costruzione teorica dell’alloggio “funzionalista” e della sua corrispondenza univoca tra stanze e attività. In un raggio di non più di due metri dal suo corpo sdraiato troviamo un laptop con le immagini congelate dell’ultima riunione di lavoro, una tazza di caffè, i resti di un pasto giappo-brasiliano ordinato, un pacco appena scartato, un cellulare con le icone delle tante App che costituiscono gli utensili vitali di un novello “uomo di Similaun” nell’ecosistema della città contemporanea. 

Come adattare case “antiche” alle nuove esigenze?

Ma come tradurre tutte queste considerazioni nella progettazione di nuovi alloggi, di nuovi spazi di lavoro, alcuni dicono addirittura di nuove città? Se esiste una certa facilità nel modificare gli spazi di un appartamento con l’arredo o con lo spostamento di muri, non possiamo buttare via interi edifici e quartieri come facciamo con uno smartphone obsoleto. Spesso viviamo in case e città costruite nel passato da persone con valori, tecniche e stili di vita molto diversi dai nostri. L’architettura arriva sempre a rispondere alla domanda che ha innescato il suo progetto leggermente “fuori tempo”; ma essa dura anche molto oltre il momento in cui il bisogno che l’aveva generata cessa o si modifica. 

Oggi ci stiamo gradualmente riappropriando degli spazi urbani, che abbiamo per un certo periodo contemplato liberi dalla concitazione quotidiana con un misto di stupore e desiderio. La cultura progettuale si stava interrogando già da prima della pandemia sulle conseguenze arrecate dai social media sull’uso dello spazio pubblico. Ma anche qui, le profezie formulate dagli architetti non tengono conto della relativa inerzia della forma urbana e quindi la necessità di una sua relativa apertura a futuri imprevisti. 

Costruire città capaci di adattarsi all’imprevedibile

I centri commerciali progettati su previsioni di mercato sono oggi abbandonati e demoliti. Le foto delle piazze italiane deserte durante il lock-down ci hanno insegnato invece una cosa: gli spazi pubblici della città “consistono” sia vuoti che pieni, e non si contraggono come un pallone sgonfio se le persone restano a casa. Forse un buon ambiente urbano non dovrebbe essere costruito su stili di vita, sensori interattivi, diagrammi di traffico o previsioni sul cambiamento climatico, ma sugli stati più profondi del benessere umano. Un portico che ci ripara dalla pioggia, una panchina esposta al sole autunnale o l’ombra di un albero ben posizionato funzionano altrettanto bene per coppiette, anziane che chiacchierano, bande di cyber-punk o esistenzialisti malinconici, e ci accolgono con dolcezza sia il giorno della nostra promozione che quello in cui accade qualcosa di triste. 

La vita di tutti i giorni mette continuamente alla prova e adatta gli spazi esistenti a bisogni imprevisti. In un mondo ossessionato dal “just-in-time”, pensare a un’architettura “just-out-of-time” vuole dire anche riflettere sulla lunga durata, sulla plasticità degli ambienti esistenti, sulla rigenerazione delle città, sul riuso, sui cicli di vita dei manufatti: una “nuova ecologia” capace di integrare ambiente urbano e ambiente naturale, dove l’innovazione tecnica non è un feticcio formale, ma uno strumento di azione responsabile in un pianeta sempre più piccolo e delicato. 

Cino Zucchi

Cino Zucchi

Architetto milanese attivo sul piano teorico e su quello didattico, negli ultimi due decenni ha tenuto numerosi seminari e conferenze in prestigiose accademie (Harvard, Firenze, Madrid, Zurigo). Membro di molti gruppi di ricerca internazionali, come "ARE_Living sull'innovazione abitativa", Zucchi è stato presidente della giuria del Premio dell'Unione europea per l'architettura contemporanea - Mies van der Rohe Award 2015. Sono nati così molti progetti noti e premiati, indirizzati soprattutto al ridisegno di aree industriali, rurali e di rilevanza storica, tra i quali si segnala il complesso residenziale D a Venezia (2002), nel progetto dell’area ex Junghans: un edificio di forma cubica, basato su acciaio e cemento armato, che ospita 16 appartamenti dislocati su 4 piani e dialoga con la specificità della città lagunare proponendo un'architettura moderna e non invasiva. Altro noto progetto è il recupero dell’area Portello a Milano (2002-2008).

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