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Società

Come fa una parola nuova a entrare nel vocabolario

di Vera Gheno - 7 settembre 2018
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Noi umani abbiamo, da sempre, il compito di dare i nomi alle cose. È un compito aperto, perché la realtà cambia continuamente e di conseguenza anche la lingua ha bisogno di parole nuove per descriverla. Se, però, è vero che ognuno di noi può diventare onomaturgo, inventore di parole, è altrettanto vero che non tutte le parole create finiscono nei vocabolari.

Una delle convinzioni (errate) più diffuse è che ai neologismi, per entrare nel dizionario, sia necessaria l’approvazione da parte di una fantomatica commissione di linguisti (spesso si pensa che sia l’Accademia della Crusca a farlo). Questo era in parte vero in passato, quando ancora non si potevano usare i computer. A quei tempi, erano coloro che si occupavano di compilare il vocabolario (i lessicografi) a dover decidere cosa registrare e cosa no: per quanto potessero tentare di essere scientificamente imparziali, erano comunque esseri umani chiamati a dare un giudizio.

Oggi, invece, le cose funzionano in maniera quasi completamente indipendente dalle opinioni umane: per stabilire che cosa inserire nel vocabolario, i lessicografi usano avanzati strumenti informatici. In particolare, le opere lessicografiche (le case editrici o gli enti che pubblicano i vocabolari) compilano grandi raccolte di testi di ogni genere (scritti, parlati, trasmessi, letterari, ecc.) detti corpora, dai quali estraggono, con criteri statistici, tutti i termini che hanno un “peso” sufficiente nell’uso.

Il peso di un termine viene calcolato in base a tre parametri, che ogni neologismo deve rispettare per ambire alla registrazione nel vocabolario:

1. la parola deve essere usata da un numero sufficientemente grande di persone;
2. la parola deve essere impiegata per un periodo sufficientemente lungo;
3. la parola, se possibile, deve ricorrere in contesti differenti.

La combinazione di questi tre criteri permette di escludere i termini con circolazione troppo ristretta (per esempio, una parola conosciuta solo in una città, come ovonda per ‘rotonda ovale’, termine coniato a Firenze e usato occasionalmente, ma mai diventato di rilevanza nazionale), i “tormentoni” che sopravvivono solo per una stagione (come spelacchio, che ha avuto un solo momento di gloria) e i gergalismi, cioè le parole appartenenti a un gergo ristretto, come respawnare, che chi gioca con il computer conosce bene, dato che indica, tra le altre cose, il momento in cui il proprio personaggio precedentemente “terminato” rientra in partita.

Questo sistema di acquisizione dei neologismi fa sì che le preferenze del lessicografo non abbiano rilevanza nel procedimento. Per un linguista, in altre parole, non possono esistere parole belle o brutte, o che suonano male (cacofoniche, direbbe qualcuno): esistono solo parole ritenute utili dai parlanti di una lingua e altre che non attecchiscono nell’uso, di solito perché non lo sono abbastanza. E questa utilità si desume dai dati statistici.

Qualcuno potrebbe chiedersi se il famoso aggettivo petaloso alla fine sia entrato nei dizionari. Ebbene, petaloso a oggi non ce l’ha fatta. Anche se si può avere l’impressione che il termine sia molto usato, nessuno impiega l’aggettivo in contesti naturali, per esempio per esclamare “Com’è petaloso questo fiore!” davanti a una rosa; petaloso viene usato quasi esclusivamente per… parlare di petaloso stesso. Insomma, l’aggettivo per ora non ha vinto la sua gara perché non è realmente entrato nell’uso. Ovviamente, mai dire mai. Dipende tutto, come sempre, da noi parlanti: siamo noi a decretare la vita o la morte di un neologismo.

Vera Gheno

Vera Gheno

Vera Gheno nasce in Ungheria nel 1975. Si laurea e si addottora in Linguistica presso l’Università di Firenze, specializzandosi sulla comunicazione mediata dal computer. È una sociolinguista: insegna Laboratorio di italiano scritto all’Università di Firenze, applicazioni informatiche per le scienze umane all’Università per Stranieri di Siena e al Middlebury College, sede di Firenze. Collabora con l’Accademia della Crusca dal 2000. Al momento è membro della redazione di consulenza linguistica e gestisce il profilo Twitter dell’ente. Ha pubblicato un libro, “Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)” con Franco Cesati Editore.

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