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Società

Come si crea una squadra

10 Gennaio 2019
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Nello sport, così come nel lavoro, saper fare squadra è fondamentale. Come la maggior parte delle persone ha avuto modo di sperimentare, all’interno di ogni gruppo coesistono diverse dinamiche ed equilibri che possono essere anche molto delicati. Ma esistono delle tecniche grazie alle quali è possibile rendere una squadra più unita e più efficiente? E che ruolo ha un coach, un coordinatore in tutto questo?

Abbiamo chiesto a Davide Mazzanti, allenatore della Nazionale Femminile di Pallavolo che ha recentemente conquistato il titolo di vice campione del mondo, se esistono dei comportamenti che possono contribuire alla creazione di un gruppo compatto. Ecco cosa ci ha raccontato.

Iniziamo con la spiegazione di un’espressione forse a volte abusata: cosa significa “fare coaching”?

Per come lo intendo io,  fare coaching significa riuscire a comunicare il proprio pensiero e la propria visione alle persone con cui si lavora. A mio avviso ci sono tre componenti principali in questo processo: una componente tecnica, una comunicativa e una umana.

La componente tecnica è il bagaglio delle proprie conoscenze, la competenza in senso più stretto. La componente comunicativa può riguardare, ad esempio, il mondo in cui vengono dati i feedback, o il modo in cui si trasmette la propria visione. C’è poi la componente secondo me più importante, quella umana: è il proprio modo di essere, il fatto di essere sempre coerenti e veri in quello che si fa e in quello che si porta avanti insieme al gruppo. Questo è l’aspetto che fa davvero la differenza anche a livello di comunicazione.

Qual è il compito di un buon coach?

Come detto, credo che la cosa più importante sia quella di avere in testa una visione chiara. Questa visione non dev’essere per forza qualcosa di concreto, come un risultato specifico. Può essere ad esempio, l’identità che si vuole dare alla propria squadra, o alla propria azienda: il modo in cui vogliamo che la squadra sia vista e riconosciuta dagli altri. Si tratta di trasmettere un modo di esprimersi, un modo di fare, uno stile, ecco. Quindi non sempre la visione deve essere un risultato concreto, come una medaglia.

Quali sono gli elementi che fanno funzionare una squadra?

Credo che in una squadra la cosa più importante sia avere dei ruoli ben precisi. Ognuno deve avere chiaro cosa fare. Faccio un esempio calato sullo sport. In una squadra ci sono le titolari, che ovviamente hanno un ruolo da protagoniste. La cosa più difficile è trovare i gregari, ovvero coloro che non hanno un ruolo da protagonista ed entrano solo in certe situazioni.

Questo ruolo a volte viene definito dall’allenatore, ma è indispensabile che venga sposato e condiviso dall’atleta. Questo perché, secondo me, un ruolo deve rispecchiare prima di tutto i desideri di chi lo ricoprirà. Se il ruolo non rispetta l’identità della persona, difficilmente la persona riuscirà a essere motivata per fare qualcosa di importante.

Come si affrontano le vittorie? E le sconfitte?

Gli errori e le sconfitte fanno parte del percorso, sono situazioni normali. Certamente, non vanno demonizzati. Bisogna lottare per rendere speciale quella normalità cercando la vittoria, cercando di fare le cose sempre meglio. Fra vittoria e sconfitta esiste un limite sottilissimo: bisogna essere molto equilibrati e gestire con la stessa idea le due situazioni.

Personalmente, cerco di non dare un valore troppo grande a queste cose.

A volte si dice alla squadra per motivarla: “dovete dare il centrotrenta percento”, “dovete fare la partita perfetta”. In questo modo però si caricano le persone di un’ansia che può essere dannosa.  Se uno chiede a un atleta in massima prestazione a cosa pensa, la risposta sarà: a niente. Quando si dà il massimo, si ha la mente sgombra. Se noi la riempiamo troppo, rischiamo di fare danni.

Quindi la mia idea è quella di stare sempre molto equilibrato sia nella vittoria che nella sconfitta, non dare troppo peso a quello che è successo in entrambi i casi e mantenere gli occhi sulla visione, su quello che vogliamo ottenere.

Bisogna andare ad analizzare il “come “ è stato fatto, non il “cosa” è stato ottenuto.

Quanto è importante saper dare un feedback nel modo giusto?

Partiamo da un presupposto: il feedback è un’informazione, e in quanto tale va raccolta e messa nel bagaglio delle esperienze. Non è assolutamente un giudizio.

Il feedback dev’essere oggettivo, e non deve mettere in discussione il valore di una persona.

Secondo me un buon feedback, qualsiasi cosa succeda,  deve sempre dire: “va bene, ma adesso facciamo qualcosa in più”. Questo messaggio, questo atteggiamento, deve essere onesto. Non si tratta di una tecnica, ma di un modo di pensare. Se si usa come tattica, chi riceve il feedback se ne accorge subito. La sincerità è un presupposto fondamentale, ed è qualcosa che deve partire da dentro.

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