Smartphone: a che età è giusto iniziare a usarli? - Semplice come
Smartphone: a che età è giusto iniziare a usarli?

Precedente

Stare vicino agli anziani: 6 consigli per farsi aiutare dalla tecnologia

Successivo

Università: come scegliere quella giusta

Società

Smartphone: a che età è giusto iniziare a usarli?

di Simone Cosimi - 27 Giugno 2019
Condividi su FacebookTwitta su TwitterCondividi su LinkedIn

Ormai lo smartphone è diventato il regalo della prima comunione, per chi la celebra. In ogni caso, arriva in genere fra i 10 e gli 11 anni, se si considera il dispositivo fornito ai bambini in totale autonomia. Negli anni precedenti c’è stato però, di solito, un lungo percorso che è passato nella migliore delle ipotesi da un tablet usato in modo creativo e in compagnia dei genitori e nella peggiore da una moltitudine di gadget di famiglia usati come babysitter. Ma a qual è l’età giusta per dare un telefono in mano ai propri figli? E come si può tentare di difendersi da possibili conseguenze? Ecco qualche consiglio da seguire.

Cosa dice la legge

Il decreto digitale pubblicato nel settembre 2018 ha accolto le prescrizioni del Gdpr, il Regolamento generale europeo per la protezione dei dati personali che, fra le altre cose, si occupa anche della protezione dei minori sulle piattaforme digitali. Lascia ai Paesi membri la possibilità di stabilire un limite minimo d’età per l’iscrizione e l’accesso a Facebook, Instagram, Tik Tok, Snapchat, WhatsApp e altri social e chat. Nulla, ovviamente, dice sull’età adeguata al possesso di un dispositivo ma può dare un’indicazione di massima. L’Italia ha stabilito quel limite a 14 anni, nella forchetta proposta fra 13 e 16 anni. Ovviamente è difficile far rispettare quel divieto, visto che i ragazzi possono comunque iscriversi indicando dati falsi (e quindi in regola), e anche 14 anni può apparire una soglia molto alta, per generazioni “native digitali”. Ma, di nuovo, può essere una bussola d’orientamento.

Cosa dicono gli psicologi

La ricerca My First Device di qualche tempo fa ha svelato come lo smartphone sia il passatempo preferito dei bambini. Ne esce che il rapporto con il gadget, che nonostante tutti i divieti sboccia in tenera età, diventi così intenso da scalzare in secondo piano altri storici passatempi come tv e videogiochi (d’altronde accessibili anche dal telefono).
Nei momenti liberi il 58% dei bambini preferisce lo smartphone (71% in Italia), il 50% il tablet e il 40% i videogiochi: nel complesso, i più piccoli trascorrono oltre due ore e mezza al giorno su dispositivi connessi alla rete.

Un’età giusta per il telefono ovviamente non esiste, ma occorre ricordare che smartphone e ambienti a cui dà accesso non sono necessariamente “palestre di vita” ma strumenti commerciali a tutto tondo. Secondo lo psicologo Alberto Rossetti, la soglia giusta si colloca intorno ai 10 anni mentre dagli 11 ai 15 occorre un patto di fiducia con i genitori per un uso attento. Sopra i 16 anni diviene complesso discutere con i ragazzi, ma si possono prendere le dovute precauzioni.

Come difendersi

Ci sono diversi modi per legare al proprio dispositivo quello dei proprio figlio. Google, per esempio, propone una soluzione che aiuta i genitori a seguire le attività di navigazione di bambini e adolescenti sui dispositivi Android (ma il telefono dei genitori può essere anche un iPhone) e a impostare alcune regole digitali di base fondamentalmente collegando gli account e consentendo di controllare tempi di utilizzo e contenuti fruiti dai bambini.

Apple, invece, con le voci “Contenuti e privacy” in “Tempo di utilizzo” su iPhone, iPad e iPod touch, consente di bloccare o limitare determinate app e funzioni sul dispositivo che sarà dato al proprio figlio. Si possono anche stabilire le impostazioni relative a contenuti espliciti, privacy, acquisti su App Store e download, limitare la ricerca web con Siri o contingentare le azioni con i videogame. Anche su Mac è possibile impostare un’utenza protetta.

Al contrario, meglio non fare ricorso ad app e software che consentano di geolocalizzare il proprio figlio: il controllo non educa, non regala autonomia, penalizza la relazione e non insegna a dialogare. Si può certamente ricorrere a questi sistemi in situazioni particolari come il primo viaggio o un contesto caotico, ma senza trasformarli in un monitoraggio costante 24 ore su 24 sette giorni su sette.

Poco tempo per leggere? Ascolta il vodcast!

Simone Cosimi

Simone Cosimi

Simone Cosimi, giornalista professionista, collabora con Repubblica, D, Wired, VanityFair.it e altre testate nazionali. Segue diversi ambiti fra cui tecnologia, innovazione, cultura, politica, esteri e territori di confine, spingendo verso un approccio multidisciplinare. Già redattore del mensile culturale Inside Art, per cui ha curato cataloghi d’arte e pubblicazioni come il trimestrale Sofà, ha lavorato in passato, fra gli altri, per Rockstar, DNews, Excite, Style.it e Corriere di Rieti.

Iscriviti alla newsletter