Cos’è lo hate speech e come si combatte - Semplice come
Quando si parla di “hate speech” ci si riferisce a un “incitamento all’odio”, a messaggi che veicolano messaggi offensivi e crudeli. Come si può combattere questo fenomeno? Ecco l’analisi di Vera Gheno.

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Cos’è lo hate speech e come si combatte

di Vera Gheno - 9 Settembre 2019
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L’espressione inglese hate speech significa, letteralmente, discorso d’odio. In italiano viene usata al plurale, discorsi d’odio, o tradotta anche come incitamento all’odio. La sostanza non cambia: si tratta di una definizione-cappello che spesso viene impiegata per indicare qualsiasi tipo di messaggio contenente insulti, offese, dichiarazioni di intolleranza verso una persona o un gruppo. 

Le definizioni

Chi esprime odio viene normalmente definito uno hater o odiatore. Lo hater non va confuso con il troll, una figura mitologica della Rete, presente sin dai primi esperimenti social degli anni Novanta, che si diverte a gettare scompiglio nelle discussioni facendo volontariamente il provocatore, o il flamer, una specie di seminatore professionista di zizzania, che agisce per innescare flame, letteralmente “fiamme”, ossia litigi in rete. Mentre sia i troll che i flamer sono in qualche modo degli esperti delle dinamiche della rete, e le sfruttano a loro vantaggio, spesso gli hater si presentano come persone incapaci di discutere in maniera pacata, che si esprimono scompostamente, in maniera non di rado carente anche nella forma, dando così l’impressione di poca cultura, e apparendo spesso anche ignari dell’enorme eco che possono produrre i loro gesti compiuti in rete (altrove lo definisco effetto-tinello: la tendenza a esprimersi sui social come se si fosse nel tinello di casa propria). Non a caso molti cosiddetti hater, quando vengono colti in fallo (per esempio, per avere insultato un personaggio pubblico), si scusano dicendo “avevo perso la testa per un attimo e non ho pensato alle conseguenze del mio gesto”.

Le false convinzioni

È evidente che oggi abbiamo un problema legato ai discorsi di incitamento dell’odio; un problema che dobbiamo affrontare. Occorre, tuttavia, partire sfatando alcune convinzioni che potrebbero risultare fuorvianti. 

La prima: non esistono gli hater come sottocategoria della popolazione. Esistono persone normali che, occasionalmente, magari si esprimono in maniera dissennata. In altre parole, il primo passo per cercare di migliorare la situazione è fare i conti con la possibilità che ognuno di noi, in circostanze eccezionali, possa diventare per un istante uno hater. 

La seconda: anche se gli episodi di incitamento all’odio sui social sembrano tantissimi, numericamente sono inferiori alle interazioni pacifiche, solo che il discorso pubblico indugia su di loro. Un po’ come quando, parlando del tifo allo stadio, si discute molto più spesso degli hooligan che non delle famiglie che se ne stanno pacificamente a guardare la partita.

La terza: l’odio, più che aumentare vertiginosamente a causa dei social media, è soprattutto divenuto molto più visibile. L’odio è sempre esistito, anche perché, per quanto deprecabile, fa parte delle pulsioni dell’animo umano; c’erano già i razzisti, i misogini, gli omofobi, ecc., con la differenza che i loro discorsi rimanevano magari confinati in contesti più ristretti e meno visibili, dal salotto di casa propria o al bar sotto casa. Adesso anche l’odio, come tutto il resto, è diventato più pubblico, e forse viene anche esibito con meno remore, dato che online è possibile incontrare molte persone che la pensano, nel bene e nel male, allo stesso modo, rafforzando reciprocamente perfino opinioni che prima erano tenute pudicamente più nascoste. Ma non è colpa dei social, quanto piuttosto di come noi usiamo i social.

La quarta: non esiste un numero definito di “parole d’odio”, vietando le quali abbiamo risolto il problema. Non si può “vietare l’odio”. Lo si può segnalare al gestore della piattaforma sulla quale ci troviamo, lo si può, in alcuni casi, perseguire legalmente o sanzionare, ma è impossibile vietarlo, perché l’essere umano è infinitamente creativo nell’esplicitarlo. Ad esempio, perfino una frase come “Devi essere molto turbato”, a seconda di chi la pronuncia e come, può essere estremamente offensiva, se usata per mettere in dubbio la lucidità di una presa di posizione o la serietà di una dichiarazione. Oppure, pensiamo a tutti i messaggi passivo-aggressivi nei quali il destinatario non viene esplicitato, ma tutti capiscono che il mittente sta “parlando a nuora perché suocera intenda”.

Cosa può fare ognuno di noi

Dunque, se tutti possiamo occasionalmente diventare hater, e se le misure per arginare l’odio non sono sufficienti, c’è forse un altro modo per iniziare un cambiamento: ognuno di noi, nel proprio piccolo, deve lavorare su tre competenze chiave necessarie per vivere nell’iperconnessione (auspicando che si ragioni sempre di più su queste competenze anche in ambito scolastico). Non è semplice e non è immediato; ma si sa, nessun cambiamento epocale può esserlo davvero: dobbiamo agire con calma e pazienza, senza perderci d’animo, come dei #contadinidigitali, come suggerisce il filosofo Bruno Mastroianni. 

1)  La prima competenza è quella di presentare noi stessi in maniera coerente, per quanto possibile ineccepibile, “a prova di Google” (ossia: se gli altri ci googlano, che cosa vedono?): riflettiamo sulla spendibilità della nostra foto profilo e dell’eventuale mini-biografia che abbiamo sui vari social (“Laureata all’università della strada” che prima impressione dà?); prestiamo attenzione ai post che scriviamo o ricondividiamo e alle affermazioni che facciamo, ricordandoci sempre che le parole in rete sono “nude” (non hanno l’ausilio del nostro corpo) e quindi maggiormente fraintendibili, sono scritte quindi quasi immortali, sono pubbliche quindi incontrollabili, sia come numero di lettori sia come possibile passaggio da un canale all’altro e dall’online all’offline: una foto messa su Instagram può essere ricondivisa su Facebook, una nostra frase scritta su Twitter può finire su un quotidiano cartaceo.

2) La seconda è quella di imparare a decodificare meglio il mondo che ci circonda e a parlarne in modo più riflettuto. Io lo faccio applicando il metodo DRS:

– a. dubbio rispetto a ciò che ho letto (che potrebbe essere stato scritto appositamente per provocare una reazione di pancia o di cuore senza accendere il cervello);

– b. riflessione sulle reazioni rispetto a ciò che ho letto e ho pensato di capire (per esempio, mi faccio una semplice domanda: “Voglio davvero che questo mio commento se ne vada in giro per la rete in maniera incontrollabile, per sempre accostato al mio nome?”);

– c. silenzio quando non ho nulla di intelligente da aggiungere a una discussione, cioè quando non sono competente in una materia. Viceversa, intervengo, anche facendo un piccolo sforzo aggiuntivo, quando sento di poter dare un’informazione rilevante. Occorre evitare il silenzio dei competenti, perché si rischia di lasciare la rete e i social in mano agli hooligan.

3) La terza e ultima capacità su cui lavorare è quella di esercitarsi a entrare in relazione con gli altri – e quindi con la differenza, che in rete è diventata un’esperienza quotidiana – senza adirarsi a ogni piè sospinto. Soprattutto quando siamo noi a venire attaccati, invece di infilarci in un botta-e-risposta senza fine, con l’affanno di avere l’ultima parola, possiamo cercare di praticare una specie di aikido della comunicazione: aspettare che il nostro personale odiatore “caschi”, metaforicamente parlando, trasportato dal suo stesso impeto. Insomma, invece di infiammarci subito, possiamo cercare di ignorare l’offesa puntando a comprendere quale sia l’intento di chi si ha di fronte, e decidere quando sia o meno il caso di rispondere. Quando invece siamo noi quelli a cui salta la mosca al naso, beh… facciamo un respirone e torniamo a esercitare il metodo DRS. Eventualmente scegliendo un diplomatico, e rivelatorio, silenzio. Magari l’opponente non apprezzerà, ma tutti coloro che stanno assistendo allo scambio (che sono sempre molti di più di coloro che intervengono nella discussione) si faranno un’idea ben precisa della levatura morale dei contendenti. 

Allo hate speech possiamo, insomma, rispondere innescando dei circoli virtuosi. Non è facile, ma è ciò che ognuno di noi può fare in prima persona. È arrivato il momento di rimboccarci le maniche.

Vera Gheno

Vera Gheno

Vera Gheno nasce in Ungheria nel 1975. È sociolinguista specializzata in comunicazione mediata dal computer, docente a contratto all’Università di Firenze e traduttrice dall'ungherese. Collabora con l’Accademia della Crusca dal 2000. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo “Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)” con Franco Cesati Editore, "Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello" con Bruno Mastroianni e pubblicato con Longanesi, "Potere alle parole. Perché usarle meglio" pubblicato con Einaudi.

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