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Impressionisti Segreti a Palazzo Bonaparte

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Impressionisti Segreti a Palazzo Bonaparte

di Veronica Rodenigo - 23 Ottobre 2019
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«Questi dei solchi? Quella della brina? Ma è raschiatura di tavolozza distribuita uniformemente su di una tela sporca. Non c’è né capo né coda, né alto né basso…»

«Forse no, ma c’è l’impressione…»

Così il critico Louis Leroy recensiva su “Le Charivari”, il 25 aprile del 1874, la prima mostra degli Impressionisti, inaugurata solo una decina di giorni prima a Parigi, in Boulevard des Capucines presso lo studio del fotografo Nadar. Nell’articolo, dal chiaro taglio satirico, Leroy inscenava uno scambio di battute dal gusto quasi teatrale immaginando di visitare l’esposizione in compagnia di un anziano paesaggista, sconcertato per il nuovo modo di “fare pittura”. Un modo destinato a determinare una svolta nella storia dell’arte.

Alle origini dell’Impressionismo

Se l’ufficializzazione del termine si può in massima parte attribuire all’articolo di Leroy (ispirato dal titolo dell’opera di Claude Monet, «Impressione, Levar del sole», 1872, presente a quella prima collettiva e oggi al Musée Marmottan di Parigi) è pur vero che un nuovo realismo aveva già cominciato a destare “scompiglio” sulla scena artistica (non solo parigina), in opposizione all’arte accademica dei Salon. All’interno di essi, sempre più opere cominciavano ad esser scartate per un approccio non più idealizzante né aderente a formule stilistiche codificate tanto che nel 1863 lo stesso Napoleone III aveva deciso di istituire il Salon des Refusés. Sarà qui che Édouard Manet esporrà «Le déjeuner sur l’herbe» (1863, Parigi, Musée D’Orsay) che desterà scandalo. E sarà sempre Manet, precursore dell’Impressionismo, a costituire una figura centrale nelle discussioni di quegli artisti soliti riunirsi al caffè parigino Guerbois nella seconda metà dell’Ottocento: Camille Pissarro, Claude Monet, Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne. Il cosiddetto Gruppo di Batignolles, che darà origine al movimento e alla serie di esposizioni indipendenti ad esso correlate (da quella del 1874 sino all’ultima, nel 1886).

Un linguaggio moderno per ritrarre la contemporaneità d’allora 

Eppure Manet – è risaputo – preferì sempre non prendere parte a queste ultime rassegne, né del resto risulta facile riunire in una coerente aderenza di principi comuni le personalità differenti che contribuirono allo sviluppo dell’Impressionismo. Il convinto anti-accademismo, la preferenza del paesaggio nella scelta dei soggetti, la pittura en plein air, l’indifferenza al tema valgono per una sintesi generale, ma non possono prescindere dall’interpretazione delle singole personalità artistiche. Fuor di dubbio, quello degli Impressionisti è uno sguardo sulla vita moderna colta nei suoi molteplici contesti, una pittura costruita attraverso il colore, che traduce gli effetti di luci, riflessi e ombre (che si colorano a loro volta), il movimento, una realtà di cui l’artista si fa interprete (non giudice né portatore di un esplicito messaggio di denuncia sociale o politica) restituendone “l’impressione”, dedicandosi allo stesso soggetto colto in momenti diversi. 

Il ruolo di mercanti e collezionisti

L’affermarsi di una nuova pittura non scatenò soltanto reazioni negative da parte della critica bensì incontrò anche il favore di intellettuali, galleristi e collezionisti che contribuirono all’affermazione del movimento e di un nuovo gusto.

Gustave Caillebotte, pittore impressionista e collezionista a sua volta, lasciò la sua raccolta allo Stato francese (poi in parte confluita al Musée d’Orsay), mentre al gallerista Paul Durand –Ruel si deve anche il merito di aver fatto conoscere l’Impressionismo in America, solleticando l’interesse di facoltosi acquirenti. 

Gli Impressionisti segreti di Palazzo Bonaparte

La mostra organizzata e prodotta da Gruppo Arthemisia che il 6 ottobre ha inaugurato la prima stagione espositiva nello spazio Generali Valore Cultura a Palazzo Bonaparte «può considerarsi un omaggio ai primi sostenitori dell’Impressionismo e ai loro emuli, i collezionisti di oggi» come precisano in catalogo le curatrici: Claire Durand-Ruel, discendente del celebre mercante, e Marianne Mathieu, direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi.

Oltre 50 opere di celebri artisti quali Monet, Renoir, Cézanne, Pissarro e tanti altri, custodite nelle più importanti collezioni private e prestate solo per questa straordinaria occasione, sono organizzate in sezioni tematiche: il paesaggio, la vita parigina, i ritratti, sino a spingersi al Neoimpressionismo (con Signac e Seurat), dove la pittura si fa pointillisme e la scena si compone attraverso l’accostamento di piccoli punti nella loro differenziazione cromatica. 

Ecco una selezione di 5 lavori tra quanto sarà visitabile sino all’ 8 marzo 2020:

Gustave Caillebotte

Un balcone, Boulevard Hausmann, (Collezione privata, 1880 ca)

Su di un lungo balcone al piano nobile d’un palazzo, due uomini osservano quanto accade poco al di sotto, forse scrutando tra i folti rami del viale alberato. Luce e ombra s’alternano nell’elegante Parigi di Eugène Hausmann, fautore di quel piano urbanistico che ne cambiò l’assetto.

Berthe Morisot

Davanti alla psiche, (Collezione Pierre Gianadda, Martigny, 1890 ca)

Una donna ritratta di spalle, la cui veste scivola lasciando scoperta la schiena ed un seno, si specchia nell’atto di raccogliersi i capelli. Un momento intimo che si fa tema consolidato e icona della mostra. Una donna che ritrae un’altra donna di cui però la rapida pennellata non definisce il volto. 

Camille Pissarro

La siesta a Éragny (Collezione privata, 1899)

Il mondo rurale colto nella sua quotidianità. Éragny-sur-Epte è un villaggio nel nord della Francia dove Pissarro si stabilisce a partire dal 1884. Qui l’artista coglie il momento di riposo d’una giovane contadina all’ombra di un covone dorato dal sole. Poco distante, un cestino di vimini ne custodisce il pranzo.

Pierre-Auguste Renoir

Ritratto di madame Joseph Durand-Ruel (Collezione privata, 1911)

Dei ritratti presenti in mostra di Renoir, questo è quello che forse meglio esemplifica il trionfo del colore nonché il legame con la famiglia del noto mercante d’arte (la donna è difatti la nuora di Paul Durand-Ruel). Una scena domestica dominata dalle tonalità violacee, azzurre, gialle e dai motivi floreali che pervadono carta da parati e la tovaglia su cui la giovane appoggia un braccio dal bianco incarnato. 

Paul Signac

Vele e Pini (Collezione privata, 1896 ca)

Un’incursione nel percorso evolutivo che seguirà: il Neoimpressionismo. Pigmenti puri compongono come tessere il paesaggio con estrema libertà nella scelta cromatica. Il rosso del sottobosco d’una pineta e l’ocra delle imbarcazioni a vela si contrappongono ad una una superficie marina dorata che muta in tenue azzurro.

Veronica Rodenigo

Veronica Rodenigo

Veronica Rodenigo si laurea nel 2002 in Lettere Moderne con indirizzo storico-artistico all’Università degli Studi di Trieste. Dopo un master in Art and Culture Management al Mart di Rovereto e uno stage presso “Il Giornale dell’Arte” (Società Editrice Umberto Allemandi, Torino) alterna didattica a collaborazioni nell'ambito dell'editoria e della comunicazione. Ha lavorato con Fondazione Querini Stampalia, Università IUAV, Wolters Kluwer Italia. Attualmente svolge attività giornalistica per la stampa specializzata. Per "Il Giornale dell'Architettura" di cui è membro del comitato di redazione, segue fiere di settore e format speciali. È corrispondente de "Il Giornale dell’Arte" e curatore dell'allegato “Vedere a Venezia”.

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