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Lingua e genere: come si declinano le professioni al femminile

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Lingua e genere: come si declinano le professioni al femminile

di Vera Gheno - 17 Aprile 2019
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In italiano, ogni sostantivo è di genere grammaticale maschile o femminile (il neutro, nella nostra lingua, non esiste; esisteva in latino e greco antico). Per concetti astratti o oggetti inanimati, il genere del sostantivo non è connesso alle caratteristiche dell’oggetto che denota: in altre parole, non c’è nessuna ragione particolare per cui il sole debba essere maschile e la luna femminile (non a caso, i generi di queste due parole sono esattamente all’opposto in tedesco). Nel caso di termini riferiti a esseri animati (animali e umani), il genere grammaticale corrisponde invece al genere semantico, ossia al genere dell’animale o dell’essere umano che la parola designa.
Per questo secondo caso, possiamo distinguere quattro tipi di coppie di sostantivi maschili e femminili.

– Quelli in cui maschile e femminile sono indicati con termini completamente diversi, come fratello e sorella, bue e mucca, detti di genere fisso.
– Quelli in cui esiste solo un unico genere, e l’altro è formato aggiungendo maschio o femmina. Questo vale soprattutto per gli animali, come la tigre maschio (o il maschio della tigre), il caribù femmina (o la femmina del caribù); si chiamano sostantivi di genere promiscuo.
– Quelli in cui maschile e femminile vengono creati tramite una desinenza: il gatto e la gatta, il pazzo e la pazza, detti di genere mobile.
– Quelli in cui maschile e femminile sono uguali, e varia solo l’articolo: il cliente e la cliente, lo stratega e la stratega; sono detti di genere comune.

I femminili professionali

La discussione sui femminili professionali è uscita dai consessi degli esperti negli ultimi anni, in seguito a cambiamenti socioculturali avvenuti e tuttora in corso nel nostro paese (tra i quali anche l’allargamento del dibattito pubblico a causa dell’avvento dei social network), e si innesta su questo sistema già di per sé tutt’altro che semplice e lineare.

Fino a tempi recenti, infatti, non esistevano, o quasi, donne che svolgessero determinati lavori, motivo per cui alcuni nomi di professione erano o sono soprattutto maschili. È vero anche il contrario, seppure in maniera meno pronunciata: come una volta avevamo soprattutto esattori e ostetriche, adesso abbiamo anche esattrici e ostetrici. In molti casi, la parola che indica il genere opposto a quello abituale è entrata o sta entrando nell’uso in maniera abbastanza pacifica, come semplice conseguenza di un mutamento della realtà che il termine deve andare a descrivere.

Il problema, tuttavia, non sembra porsi tanto per i lavori “normali” (cfr. il/la estetista o l’assaggiatore/l’assaggiatrice), quanto per le cariche istituzionali o per gli incarichi apicali: ministra, assessora, ingegnera, sindaca, avvocata. Da un punto di vista linguistico, questi femminili non sono veri e propri neologismi, ma forme previste dal sistema dell’italiano e che non erano in uso per un motivo molto semplice: non esisteva, “in natura”, il significato che dovevano indicare.

Finché non ci sono state donne in quei ruoli la questione non si è proprio posta. Allo stesso modo, la loro introduzione nell’uso non è frutto di un complotto dei poteri forti o della decadenza della lingua italiana, ma conseguenza della comparsa di sindache, ministre, assessore, avvocate e così via.

I falsi miti 

Occorre sfatare alcuni miti.

1 –  Non si tratta di una questione introdotta dalla scorsa legislatura, ma che risale originariamente alla seconda metà degli anni Ottanta (cfr. le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini);

2 – Esistono pochi casi di nomi di mestieri o ruoli che sono usati al femminile anche quando riferiti a soggetti maschili, come guida, guardia, sentinella, recluta, matricola, spia, comparsa, controfigura, maschera: non esistono il *guido o il *guardio (mentre esistono i sentinelli, ma sono una definizione ironica!). L’esistenza di questi casi non inficia il resto del sistema, nel quale invece ha senso formare correttamente i femminili seguendo le regole del caso.

3 – Nessuno prevede o prescrive l’adozione di un sistema perfettamente binario: i modi per formare i femminili sono tanti e la questione non si riduce a mettere -o ai maschili e -a ai femminili. Quindi:

– Esistono nomi che finiscono in -a anche al maschile per ragioni etimologiche, come pediatra o astronauta, in cui basta cambiare l’articolo (il/la pediatra, ma i pediatri e le pediatre; il/la astronauta, ma gli astronauti e le astronaute: la differenza di genere torna esplicita al plurale). Non serve dire *pediatro o *astronauto, che anzi denota scarsa conoscenza della storia di queste parole. Si badi bene che questi termini non sono neutri, ma ambigeneri.

Esistono altri casi di sostantivi in cui basta cambiare l’articolo come il/la presidente (*presidenta è un falso giornalistico, almeno in italiano) o il/la docente; anche per questi casi esistono “irregolarità”, come studente/studentessa, ormai stabilmente entrato nell’uso, sulle quali non ha senso intervenire a posteriori.

– Altri casi prevedono l’uso delle regole di formazione dei femminili presentate in precedenza, ricorrendo a una desinenza specifica come il direttore/la direttrice, il deputato/la deputata, l’assessore/l’assessora e così via. Per i femminili che si stanno affermando adesso i linguisti consigliano ove possibile il suffisso zero: avvocata piuttosto che avvocatessa, presidente al posto di presidentessa, usato tradizionalmente per indicare piuttosto la moglie del presidente.

Poiché non c’è una regola unica per formare i femminili professionali, in caso di dubbio conviene ricorrere a un dizionario sufficientemente aggiornato (uno dei migliori è lo Zingarelli, su questo fronte), che conterrà indicazioni precise per ogni sostantivo di nostro interesse; è naturale che vocabolari meno aggiornati non diano risposte altrettanto certe, dato che il compito di un dizionario è descrivere la lingua in uso in uno specifico presente storico, non il suo sistema astratto.

Sono i parlanti a decidere come evolve la lingua

Riassumendo: non esiste alcun motivo linguistico per cui infermiera e maestra sarebbero corretti e ingegnera e ministra noNotiamo, inoltre, che le parole di una lingua non vengono selezionate basandosi su criteri di bellezza, bruttezza o cacofonia, ma in base all’utilità: se la comunità dei parlanti ritiene utile l’impiego di una parola, questa sarà usata, altrimenti no. E che i femminili siano utili lo dimostrano sia gli innumerevoli femminili professionali ai quali le nostre orecchie sono abituate più o meno da sempre (sarta, segretaria, regina), ma anche forme entrate nell’uso alla chetichella negli ultimi decenni come deputata (che trent’anni fa non era assolutamente scontata) o senatrice (che oggi ritroviamo in un prodotto pop come Guerre Stellari).

Insomma, la questione dei femminili professionali è politica e sociale piuttosto che linguistica: per i linguisti, se ci sono ministre, assessore, rettrici o calciatrici è del tutto normale appellarle così, esattamente come esistono le maestre, le infermiere e le imperatrici.

Premesso questo, occorre ribadire che l’italiano non funziona per imposizioni dall’alto e che è la massa degli utenti a decidere sulle sue sorti. Questo vuol dire che non ha molto senso innalzare barricate da una parte o dall’altra: le contrapposizioni non sono utili per nessuna istanza. In questo momento storico è senza dubbio corretto usare i femminili professionali, ma non si può affermare categoricamente che sia sbagliato non usarli: ognuno scelga per sé ma, soprattutto, rispetti anche la posizione di chi la pensa diversamente.

Vera Gheno

Vera Gheno

Vera Gheno nasce in Ungheria nel 1975. È sociolinguista specializzata in comunicazione mediata dal computer, docente a contratto all’Università di Firenze e traduttrice dall'ungherese. Collabora con l’Accademia della Crusca dal 2000. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo “Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)” con Franco Cesati Editore, "Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello" con Bruno Mastroianni e pubblicato con Longanesi, "Potere alle parole. Perché usarle meglio" pubblicato con Einaudi.

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