Meme: cosa sono e perché si chiamano così - Semplice come

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Meme: cosa sono e perché si chiamano così

23 novembre 2018
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Quando oggi usiamo l’espressione “meme” ci riferiamo soprattutto a contenuti divertenti – immagini con scritte che le commentano, video, test, GIF – che circolano in rete e che riescono ad avere una notevole diffusione grazie alla loro capacità di colpire il nostro immaginario.

Definire in maniera scientifica cosa siano i meme non è semplice. Quello che è certo, però, è che una delle loro caratteristiche principali è la replicabilità: sono delle idee, delle forme espressive, che possono essere replicate in tanti modi diversi.

Facciamo qualche esempio

Il sito Know Your Meme raccoglie i meme più famosi della Rete, ma anche quelli meno conosciuti. Lì si trovano diversi esempi: ad esempio, nel meme “Sii come Bill” il protagonista Bill viene sempre utilizzato come esempio di comportamenti che si ritengono giusti. Questi comportamenti possono cambiare di volta in volta, ma l’immagine è sempre la stessa, così come la conclusione: l’invito a essere “come Bill”.

Altro esempio è “John Travolta confuso”. Nasce tutto da questo spezzone del film “Pulp Fiction” in cui Vincent Vega, il personaggio di Travolta, appare per l’appunto molto confuso:

Questi pochi secondi di film sono diventati uno dei meme più famosi della rete: l’immagine di John Travolta è stata via via messa su sfondi sempre diversi, generando significati differenti, ma restando fedele a questi unici pochi secondi di immagine.

Cosa significa “meme”?

Ma davvero i meme sono figli dei nostri tempi e delle tecnologie social? Non esattamente.  

L’ espressione infatti in origine non aveva nulla a che vedere con la rivoluzione tecnologica. Fu coniata per la prima volta negli anni Settanta del Novecento dal biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins. L’autore ne parlò esplicitamente nel suo libro Il gene egoista (1976). Nelle pagine di questo saggio definì “meme” le “idee che si diffondono da cervello a cervello. Il suo ragionamento però era decisamente più complesso di come potrebbe risultare dalle semplificazioni odierne.

Dawkins sosteneva infatti che come nell’evoluzione delle specie l’unità di selezione era il gene, così nel campo della cultura l’elemento su cui si gioca l’evoluzione del pensiero è il «meme» (abbreviativo di “mimene”, cioè “unità di imitazione”) che può essere molte cose: un’idea, una frase, una musica e una qualunque creazione artistica, una teoria scientifica, una filosofia o una religione che si diffonde di cervello in cervello.

Come il gene si diffonde in altri corpi attraverso la riproduzione degli organismi, così il meme che abita un cervello, si diffonde in altri cervelli tramite la comunicazione. Ma anch’esso può danneggiarsi: avere errori di copiatura e modificarsi. Oppure trovare scarsa diffusione ed “estinguersi”.

E oggi?

Ai nostri giorni, al di là della comunanza del nome, c’è molta differenza tra i meme di Dawkins e quelli che circolano in rete. Non solo per i contenuti. Quelli dello studioso ad esempio si modificavano in modo spontaneo e inconsapevole, mentre i video e le foto che girano sul web  sono creati e diffusi ad arte dagli utenti o dalle aziende proprio per diventare virali. Non è un caso se nella maggior parte dei casi si tratta di semplici battute e video divertenti. L’obiettivo è infatti far sì che vengano condivisi, diffondendosi da cervello a cervello. Questo sì, come i meme originari.

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