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A cosa servono le missioni spaziali

di Amedeo Balbi - 9 ottobre 2018
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Perché andiamo nello spazio? Innanzitutto, perché come esseri umani non possiamo fare a meno di esplorare. Sembrerà una risposta ovvia, ma la nostra specie ha da sempre guardato oltre i confini del proprio territorio, chiedendosi cosa ci fosse oltre l’orizzonte. Spostandosi inizialmente a piedi, l’umanità ha colonizzato un intero pianeta. Lo spazio, come sanno i fan di Star Trek, è l’ultima frontiera, e non possiamo restare indifferenti di fronte al suo richiamo. Dobbiamo andarci.

Solo dodici esseri umani hanno camminato sul suolo di un altro corpo celeste, la Luna. Ma oltre cinquecento hanno passato periodi più o meno lunghi in orbita nello spazio circostante la Terra. Il cosmonauta russo Valeri Polyakov ha speso ben 437 giorni, tra il 1994 e il 1995, nella Stazione Spaziale MIR, record di permanenza di un essere umano nello spazio. Oggi, il nostro avamposto permanente nello spazio è la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), che dal 2000 è stata abitata senza interruzione da un equipaggio umano. In orbita a circa 400 km di quota, la ISS è un vero e proprio laboratorio di ricerca, in cui gli astronauti possono condurre esperimenti in condizioni di assenza di peso (o microgravità) e esplorare gli effetti dell’ambiente spaziale, non solo sul corpo umano ma anche su piante e animali. Sono studi essenziali, oltre che per ampliare le nostre conoscenze biologiche e fisiologiche, anche per capire come potrebbe reagire l’organismo a voli e permanenze spaziali di lunga durata, come quelli che occorrerebbero per raggiungere Marte, o per stabilire una colonia lunare. Se vogliamo espandere le nostre frontiere nello spazio (e prima o poi lo faremo), dobbiamo partire da qui.

Ma l’ambiente spaziale è interessante anche per condurre esperimenti in condizioni molto diverse da quelle dei laboratori terrestri: ricerche su nuovi materiali e tecnologie, osservazioni del nostro pianeta, studi di fisica fondamentale, ecc. Ricerche che poi hanno conseguenze anche per la vita di tutti i giorni sulla Terra. Ad esempio, le tecniche per la filtrazione e la purificazione dell’aria e dell’acqua necessarie alla permanenza nello spazio possono essere utilizzate per migliorare le condizioni di vita sul pianeta, per esempio in zone geografiche con scarsità di acqua potabile. Gli studi biologici in microgravità vengono applicati alla realizzazione di nuovi farmaci e vaccini, e la comprensione dei processi fisiologici nell’ambiente spaziale (in particolare gli effetti su ossa e circolazione) ha ricadute nel trattamento dei processi di invecchiamento.

C’è poi un aspetto culturale ed educativo, altrettanto importante di quello scientifico e tecnologico. Tutti gli astronauti raccontano come sia straordinario vedere il nostro pianeta dallo spazio: un mondo unico, bellissimo e fragile, che tutti noi condividiamo al di là degli interessi e delle divisioni nazionali. Grazie alla presenza umana nello spazio, sempre più persone partecipano dell’emozione degli astronauti, condividono una visione dell’umanità unita in un’impresa comune, e apprezzano la nostra vera, grande astronave spaziale: la Terra.

Amedeo Balbi

Amedeo Balbi

Astrofisico, professore associato di astronomia e astrofisica all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Le sue attività scientifiche toccano argomenti come l’origine e l’evoluzione dell’universo e la ricerca della vita al di fuori del nostro pianeta. Scrive per diverse testate, tra cui “la Repubblica”, “La Stampa”, “Wired” e “Il Post”, e tiene una rubrica mensile su “Le Scienze”. Ha pubblicato diversi libri, fra cui Cercatori di meraviglia (Rizzoli, 2014), vincitore del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica 2015. Il suo ultimo libro è "Dove sono tutti quanti?".

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