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Le regole per pubblicare le foto dei propri figli online

di Simone Cosimi - 6 Novembre 2019
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Che cos’è lo sharenting 

Pubblicare foto e video dei figli sui social network e in generale in rete può essere pericoloso. Si chiama “sharenting”, una crasi da “sharing”, condividere, e “parenting”, genitorialità, ed è un fenomeno esploso ovviamente con le piattaforme come Facebook, Instagram o WhatsApp. Se il più delle volte si tratta di aggiornare di tanto in tanto la propria rete di contatti, magari i parenti che abitano distanti o si frequentano poco, su come vadano le cose, in altri casi può configurare un vero e proprio abuso involontario da parte delle mamme e dei papà. Scaricando foto e video in pasto a tribù di contatti e “amici” spesso ignoti senza che i bambini possano ovviamente aver dato la propria approvazione. 

Quali sono i rischi 

Per comprendere il fenomeno basti pensare che un’indagine britannica di qualche anno fa ha scoperto che circa un migliaio di foto per ogni bambino finiscono online prima che il piccolo compia 5 anni: i genitori ne spalmano quasi 200 all’anno sulle diverse piattaforme. Con tutti i rischi del caso. Non solo in chiave di privacy ma anche di fenomeni come il rapimento digitale (l’apertura di un profilo sui social network e in generale l’abuso di immagini di bambini e adolescenti sottratte dai profili per esempio in gruppi chiusi). 

La privacy dei minori 

Senza contare le prospettive per la futura identità digitale dei minori: una volta cresciuti e alle prese con la propria rete sociale, reale o virtuale, i figli si ritroveranno un autentico fardello di contenuti digitali pubblicati nel corso degli anni dai genitori. La tutela della privacy in capo ai genitori è rafforzata, non certo diminuita, e prevista non solo dal testo unico sulla privacy (d. lgs n. 196 del 2003) o dalla legge sul diritto d’autore, ma anche da diverse sentenze che sono entrate nel dettaglio e hanno ordinato a padri e madri di cancellare i contenuti dei figli pubblicati sulle proprie pagine. Già nel 2013, in Italia, avvenne un caso del genere a Livorno. In fondo, pubblicando contenuti sui social si accorda a quelle piattaforme una licenza di secondo livello in base alla quale possono liberamente disporre di quei materiali.

Come proteggerli

 Di modalità per tutelarsi ne esistono molte: dagli album dei ricordi predisposti da Facebook, dove pubblicare contenuti visibili solo agli utenti autorizzati e gestito dai genitori, al buon senso (mai geolocalizzare scuole, palestre o altri posti frequentati dai piccoli, censurare i volti e le informazioni sensibili). Ma il punto centrale dello sharenting è squisitamente culturale. Se è vero che a volte le piattaforme possono avere dei vantaggi per i genitori, per esempio aiutandoli a condividere paure e dubbi su alimentazione, educazione, salute o comportamento, o a sentirsi meno soli, è altrettanto vero che esistono canali privati a cui fare ricorso. Senza dimenticare, ovviamente, di sensibilizzare anche in quel caso gli interlocutori: quando un’immagine viene spedita in chat se ne perde di fatto il controllo. È dunque essenziale che sia i genitori che chi riceverà gli aggiornamenti, per esempio i nonni, gli zii o gli amici, si impegnino a tenere quei contenuti per sé, senza innescare di nuovo lo scivoloso circolo della pubblicazione online.

Simone Cosimi

Simone Cosimi

Simone Cosimi, giornalista professionista, collabora con Repubblica, D, Wired, VanityFair.it e altre testate nazionali. Segue diversi ambiti fra cui tecnologia, innovazione, cultura, politica, esteri e territori di confine, spingendo verso un approccio multidisciplinare. Già redattore del mensile culturale Inside Art, per cui ha curato cataloghi d’arte e pubblicazioni come il trimestrale Sofà, ha lavorato in passato, fra gli altri, per Rockstar, DNews, Excite, Style.it e Corriere di Rieti.

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