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Italiano: quali sono gli errori più comuni e come evitarli

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Italiano: quali sono gli errori più comuni e come evitarli

di Vera Gheno - 2 Ottobre 2019
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Viviamo un’epoca schizofrenica: da una parte, osservando ciò che si vede in giro, l’attenzione alla norma linguistica sembra molto bassa. Dall’altra, esiste una vasta casistica di sbagli che provocano ilarità, scherno e giudizi di incultura. 

Dietro a questa grande rigidità di giudizio, ci sono motivi storici. L’italiano, come lingua parlata dagli italiani, è molto giovane. Non deve stupire se la conoscenza che ne ha il cosiddetto “italiano medio” oscilla tra due poli: il modello aulico e letterario di origine bembiana (cioè risalente al Cinquecento) studiato a scuola, e la lingua che usiamo tutti i giorni. La distanza tra questi due poli crea in molte persone un vero e proprio disagio linguistico che spesso si esprime in un irrigidimento su nozioni imparate a scuola che, però, non trovano pieno corrispettivo nella lingua che usiamo tutti i giorni, aumentando il disagio: per esempio, quand’è che nella vita di tutti i giorni incontriamo egli al posto del più comune lui?

Il primo passo per guarire da questa fastidiosa schizofrenia è quello di ridurre il perimetro del proprio sapere linguistico: siamo tutti, chi più chi meno, ignoranti, per quanto riguarda la conoscenza della nostra lingua madre. O meglio: parlarla e usarla per le attività quotidiane non equivale a essere linguisti, esattamente come seguire il calcio in televisione non ci rende tutti CT della Nazionale. 

A parte casi estremi, possiamo provare a censire dieci piccoli (o forse non tanto piccoli) errori che, a torto o a ragione, fanno saltare la mosca al naso delle persone. Con un invito, per una volta, a rifletterci sopra, invece che lanciare anatemi. Come si usa fare in ambito linguistico, le forme errate o meno corrette sono state asteriscate.

1) Scrivere *invece di po’

Come molti ben sanno, po’ è un’apocope di poco, per cui l’apostrofo segnala la caduta della sillaba co (la mia maestra mi diceva che po’ piange la perdita di co, per questo ha la lacrimuccia, ossia l’apostrofo). Accentarlo è, dunque, sbagliato; tuttavia, ricordiamo che in italiano esistono anche apocopi con l’accento, come piè (da piede), e apocopi senza nulla, come qual è (che vediamo al punto successivo): ecco un esempio di regola piena di eccezioni. Per non fare errori, di fatto bisogna impararsi la specificità di ogni caso a memoria.

2) Scrivere *qual’è invece di qual è

Quell’apostrofo provoca a molti grandi turbamenti, a dire il vero non del tutto giustificati. Oggi a scuola si insegna a scrivere qual è senza apostrofo, e la spiegazione è che si tratta di un’apocope e non di un’elisione. In realtà, abbiamo visto che po’ si apostrofa pur essendo un’apocope (e che piè si accenta: che confusione…): la regola, dunque, non vale universalmente. Piuttosto, può essere d’aiuto ricordare che qual esiste come forma autonoma (qual buon vento!) e che questo è un punto a favore dell’assenza dell’apostrofo. Altri invece affermano che quel qual è ormai un relitto grafico, e che quindi avrebbe senso apostrofare qual è. Lo pensano molti scrittori, che nel corso dei secoli hanno preferito la grafia apostrofata, e anche eminenti linguisti. Ciononostante, io suggerisco di continuare a scrivere qual è per avere meno grattacapi, tenendo tuttavia a mente che entro non molto tempo il *qual’è apostrofato potrebbe diventare la nuova norma.

3) Scrivere *c’è ne invece di ce n’è

Può capitare che ci metta lo zampino il correttore ortografico; ciononostante, siamo noi che dobbiamo ricontrollare che il nostro messaggio venga inviato senza questo obbrobrio. Ce n’è è la forma elisa di ce ne è; c’è, invece, è l’elisione di ci è. Quindi: c’è una persona che ti vuole salutare; ce ne sono tante, di chiese da vedere; ce n’è fin troppa, di pasta. La sequenza *c’è ne, invece, non esiste proprio.

4) Le confusioni tra accenti

Non tutti hanno consapevolezza del fatto che esistono, in italiano, due accenti grafici (ne esiste anche un terzo, l’accento circonflesso, ma per questa volta non ne parleremo), vale a dire quello acuto (che indica le vocali chiuse, come su perché) e quello grave (che indica le vocali aperte, come quello su cioè). La bassa consapevolezza è legata a due fattori: il fatto che, fuori dal Centro Italia, la distinzione tra aperte e chiuse salta (si pensi al milanese che pronuncia *perchè), unita all’abitudine scolastica di segnare, nella scrittura a mano, un unico tipo di accento. Attenzione, dunque, quando scriviamo al computer, alla direzione dei nostri accenti. E se non siamo sicuri, controlliamo quale sia la grafia corretta! Perché no, la direzione degli accenti non è per nulla indifferente.

5) Apostrofare l’articolo indeterminativo davanti a un sostantivo maschile

In altre parole, qui ci occupiamo degli aficionados di *un’animale, *un’albero e *un’ariete. Ripetiamolo assieme: davanti a un nome di genere maschile, un non va mai apostrofato. Quello si fa solo nel caso di sostantivi femminili. E quando tra articolo e sostantivo ci dovesse essere un aggettivo dalla forma apparentemente neutra, come eccezionale, occorre sempre prendere come riferimento il genere del sostantivo che segue. Quindi, un’eccezionale occasione va bene, *un’eccezionale evento invece è sbagliato.

6) Che c’entra che diventa *che centra

C’è confusione nell’uso di due verbi distinti. Uno è centrare, che significa “colpire al centro” (La freccia ha centrato il bersaglio); l’altro è entrarci, che significa invece “averci a che fare” o “poter essere contenuto in qualcosa” (C’entrerà il vino in quella brocca? oppure Ma che c’entra quello che dici con la questione?). Non esiste l’infinito *c’entrare, quindi è sbagliata la frase *Non capisco cosa possa c’entrare questo, mentre si può dire Non capisco cosa possa entrarci questo.

7) La grafia *aereoporto invece di aeroporto

Errore diffusissimo, dato che effettivamente il velivolo in sé lo chiamiamo aereo. Ma è l’unico caso: tutte le altre parole si formano con un prefissoide, aero-, che non ha la seconda e: quindi, aerostazione, aeromobile, aeroplano e anche aerografo!

8) Usare gli al posto di le

*Sono andato da Eva e gli ho detto… Mentre gli al posto di loro è ormai saldamente accettato in contesti informali (Sono andato dai ragazzi e gli ho esposto il problema), il gli al posto del femminile è ancora poco tollerato e additato come segno di incultura. Da usare, insomma, a proprio rischio e pericolo.

9) Se io avrei

Sul se+condizionale si possono scrivere interi trattati. Percepito istintivamente come fantozziano, è talmente stigmatizzato da far scattare reazioni inconsulte e incontrollate. Ora, è assodato che nel periodo ipotetico il se va con il congiuntivo (Se io avessi); ma è altrettanto vero che ci sono casi in cui il se+condizionale è perfettamente corretto: è il caso delle interrogative indirette, cioè la versione “senza punto interrogativo” di una domanda. Facciamo un esempio: Avrei il coraggio di farmi un tatuaggio? se trasformata in interrogativa indiretta diventa Mi chiedo se avrei il coraggio di farmi un tatuaggio.

10) La profusione di puntini

Soprattutto online….. le persone……. tendono ad abusare dei puntini di sospensione……………. Teniamo a mente due cose: i puntini, secondo la norma attuale, vanno in numero di tre, né uno di meno né uno di più. Inoltre, poiché indicano un’esitazione, una sospensione, conviene usarli con parsimonia, per non suonare troppo…  esitanti. Insomma, non abusiamo dei puntini!

In caso di dubbi, conviene sempre consultare fonti autorevoli in rete. 

Facciamoci l’abitudine: le persone vengono spesso giudicate in base a come si esprimono. Cerchiamo, quindi, di scrivere e parlare tutti con più attenzione. In fondo, è una forma di cortesia verso gli altri. Contemporaneamente, però, ricordiamoci che una défaillance può capitare a tutti. Evitiamo, quindi, di saltare alla giugulare di chi fa uno di questi errori (o presunti tali); a volte, infatti, non sono segnali di scarsa cultura o superficialità, ma semplicemente di troppa fretta.

Vera Gheno

Vera Gheno

Vera Gheno nasce in Ungheria nel 1975. È sociolinguista specializzata in comunicazione mediata dal computer, docente a contratto all’Università di Firenze e traduttrice dall'ungherese. Collabora con l’Accademia della Crusca dal 2000. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo “Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)” con Franco Cesati Editore, "Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello" con Bruno Mastroianni e pubblicato con Longanesi, "Potere alle parole. Perché usarle meglio" pubblicato con Einaudi.

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